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martedì 25 maggio 2010
Africa Day - Giornata dell'Africa
Ogni anno il 25 Maggio si celebra la Giornata dell'Africa, commemorazione della nascita dell'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), avvenuta il 25 maggio 1963. In questo giorno i leader di 30 dei 32 Stati indipendenti africani hanno firmato l'atto ufficale a Addis Abeba, Etiopia. Nel 1991, l'OUA ha fondato la Comunità Economica Africana (AEC) e nel 2002 l'OUA ha stabilito il proprio successore, l'Unione africana (AU o UA). Il nome e la data della Giornata dell'Africa è stato mantenuto come celebrazione dell'unità africana.
giovedì 4 marzo 2010
Guide migranti
A Torino nascono le "Guide Migranti".
Con 20 partecipanti originari di Marocco, Senegal, Perù, Romania, Albania e Cina, ma anche italiani provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria, parte a Torino il primo corso di formazione per “guide migranti”, che accompagneranno i turisti a conoscere le proprie comunità di origine nei quartieri più multietnici della città. “I migranti sono attori chiave nello sviluppo del turismo responsabile a partire dalla loro capacità di essere ponte tra due territori e due culture” secondo Enrico Marletto, dell’agenzia Viaggi Solidali, che per prima promuove “le passeggiate migrande a Torino” e che organizza il corso. Un ‘giro del mondo’ restando in città si può compiere, ad esempio, nel grande mercato torinese di Porta Palazzo, dove i contadini delle campagne e delle valli piemontesi, vendono fianco a fianco con i coltivatori cinesi, le donne marocchine, i macellai e formaggiai romeni e i pescatori siciliani, in un intreccio unico di sapori e profumi. Ma anche a San Salvario, il quartiere più multietnico della città che sperimenta una positiva forma di integrazione tra le seconde generazioni di immigrati e con la nascita di numerose associazioni culturali. Le nuove guide migranti saranno, in qualche modo, dei “mediatori culturali” del turismo, spiegano gli organizzatori, affiancando le guide tradizionali alla città e introducendo i viaggiatori alla cultura, la gastronomia e le tradizioni delle proprie comunità di origine
www.misna.org
Con 20 partecipanti originari di Marocco, Senegal, Perù, Romania, Albania e Cina, ma anche italiani provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria, parte a Torino il primo corso di formazione per “guide migranti”, che accompagneranno i turisti a conoscere le proprie comunità di origine nei quartieri più multietnici della città. “I migranti sono attori chiave nello sviluppo del turismo responsabile a partire dalla loro capacità di essere ponte tra due territori e due culture” secondo Enrico Marletto, dell’agenzia Viaggi Solidali, che per prima promuove “le passeggiate migrande a Torino” e che organizza il corso. Un ‘giro del mondo’ restando in città si può compiere, ad esempio, nel grande mercato torinese di Porta Palazzo, dove i contadini delle campagne e delle valli piemontesi, vendono fianco a fianco con i coltivatori cinesi, le donne marocchine, i macellai e formaggiai romeni e i pescatori siciliani, in un intreccio unico di sapori e profumi. Ma anche a San Salvario, il quartiere più multietnico della città che sperimenta una positiva forma di integrazione tra le seconde generazioni di immigrati e con la nascita di numerose associazioni culturali. Le nuove guide migranti saranno, in qualche modo, dei “mediatori culturali” del turismo, spiegano gli organizzatori, affiancando le guide tradizionali alla città e introducendo i viaggiatori alla cultura, la gastronomia e le tradizioni delle proprie comunità di origine
www.misna.org
mercoledì 3 marzo 2010
Inter Club Kayunga
Per gli amici interisti!
Inter Club Kayunga, il primo Inter Club africano della storia dell'Internazionale F.C.
Immagini da Naggalama (Uganda) di Nicola Berti per Medici con l'Africa CUAMM.
Inter Club Kayunga, il primo Inter Club africano della storia dell'Internazionale F.C.
Immagini da Naggalama (Uganda) di Nicola Berti per Medici con l'Africa CUAMM.
venerdì 12 febbraio 2010
Il fumetto africano alla riscossa
“Molti credono che in Africa l’arte del fumetto non sia molto sviluppata e che la nona arte si fermi ai confini del Mediterraneo. Questo è dimostrato anche dal fatto che tanti specialisti non sanno citare nemmeno il nome di un illustratore africano”, afferma Christophe Cassiau-Haurie intervistato da Slate.[continua a leggere su www.internazionale.it]
mercoledì 16 settembre 2009
Madagascar n.1
Johannesburg in un giorno:
ore 4: arrivo alla stazione degli autobus. Corsa in Taxi all'ostello.
ore 5: per farci andare nella camerata a dormire ci chiedono di pagare l'intera notte, sti bastardi! Resistiamo sul divano. Alla fine cedono loro!
ore 10: colazione alla mega-caffetteria. Seduti al tavolo solo bianchi 'ncruattati. A servire ai tavoli...solo neri (?)
ore 10.30: frastornati da tutto il bendiddio assaporiamo il primo croissant dopo un anno!!
ore 11: camminata nel quartiere. Tutti bianchi. E tutti in macchinoni. Mega villoni tipo Beverly Hills. Bellissimi giardini. Alte recinzioni. Filo spinato o con corrente elettrica.
ore 12: Ne all'ostello ne all'ufficio del turismo qualcuno ci dice cosa cazzo c'è da vedere in sta città. Decidiamo di fare un giro in centro (di solito funziona!).
ore 12.30: prendiamo un mini-bus collettivo (anche per la nostalgia degli chapa mozambicani!). Qui solo neri. Usciamo dall'artificialità della zona residenziale. Inizia la città. Attraverso il finestrino scorrono immagini che ho già visto nei film ammerecani, tipo Harlem a New York.
ore 13: scendiamo alla fermata degli chapa e camminiamo verso il centro città. Palazzoni. Strade affollate. Mercatini. Confusione. E' incredibile. Non vediamo un solo bianco in mezz'ora di camminata. Ci sediamo a riposare e ci viene il dubbio che l'integrazione sia solo una bella teoria.
ore 15: Mini-bus per Melville, quartiere con eventi musicali e locali.
ore 15.30: Ci troviamo a Marvin, o qualcosa del genere, quartiere popolare periferico. Restiamo sullo chapa e torniamo indietro.
ore 16: decidiamo di tornare verso l'ostello. Chiediamo indicazioni ma sembra che nessuno in sta merda di città sappia arrivare nella zona nord. Gandhi Square, piazza degli autobus nel centro città, duemila fermate. Nessun cartello. Poche indicazioni. Finalmente un ragazzo ci illumina: dovete prendere l'80.
ore 16.30: iniziamo a vedere qulche bianco che spunta dagli uffici.
ore 17: dopo un'ora di attesa e dueppalle enormi arriva l'80. Due piani di Bus.
ore 17.30: imbottigliati nel traffico post-ufficio (stringo le chiappe immaginandomi tra pochi mesi fermo nella tangenziale di Milano!).
ore 18: arrivati.
Conclusione n.1 se sei un turista senza macchina o tanti soldi e hai poco tempo...stattene in albergo a leggere un buon libro.
Conclusione n.2 incredibile come si avverta la netta divisione tra la città bianca e quella nera.
Conclusione n.3 dopo due anni a Beira tanto sfarzo ti lascia perplesso.
MADAGASCAR
Antananarivo (come se fosse Antani):
Altitudine 1500 metri. Luce forte. Colori vivi. Mal di testa e raspino in gola (inquinamento?). Tutto un sali-scendi. Case strette. Scalinate spacca-gambe dappertutto. Gente differente alla "Africa" a cui siamo abituati. Bassini. Pelle più chiara. Tratti asiatici. Nessuna sensazione di pericolo. Tutti gentili. Venditori ambulanti. Povertà. Un po' di immondizia in giro. A tratti odori forti di piscioemmerda. Traffico. Macchine scassatissime: 2CV, R4, Peugeot 106. Giro in taxi su una duecavalli che arranca sulle ripide salite...mitico!! Visita guidata (è impossibile dire di no alle duecento guide locali che ti assaltano) alla zona alta, dove si trova l'antico palazzo reale (che è fady, ossia taboo, indicare con l'indice teso). Qui si domina la città. Scorci bellissimi nelle viottole tra le casette dai tetti spioventi. Balconcini con i panni stesi e fiori. Sembra di essere in un paesino di montagna. Tra tutte le cose che ci dice Patrick, la nostra guida che parla anche italiano, una mi rimane impressa più di tutte: ancora adesso in Madagascar, è obbligatorio circoncidere i propri figli. E secondo l'antica tradizione malgascia, il nonno materno (è una società matriarcale) accetta nella famiglia il nuovo nipote mangiandone il prepuzio con una banana! Per poco non vomitiamo davanti al palazzo reale, sarà fady pure questo?
Domani si va verso sud, nelle highlands...
ore 4: arrivo alla stazione degli autobus. Corsa in Taxi all'ostello.
ore 5: per farci andare nella camerata a dormire ci chiedono di pagare l'intera notte, sti bastardi! Resistiamo sul divano. Alla fine cedono loro!
ore 10: colazione alla mega-caffetteria. Seduti al tavolo solo bianchi 'ncruattati. A servire ai tavoli...solo neri (?)
ore 10.30: frastornati da tutto il bendiddio assaporiamo il primo croissant dopo un anno!!
ore 11: camminata nel quartiere. Tutti bianchi. E tutti in macchinoni. Mega villoni tipo Beverly Hills. Bellissimi giardini. Alte recinzioni. Filo spinato o con corrente elettrica.
ore 12: Ne all'ostello ne all'ufficio del turismo qualcuno ci dice cosa cazzo c'è da vedere in sta città. Decidiamo di fare un giro in centro (di solito funziona!).
ore 12.30: prendiamo un mini-bus collettivo (anche per la nostalgia degli chapa mozambicani!). Qui solo neri. Usciamo dall'artificialità della zona residenziale. Inizia la città. Attraverso il finestrino scorrono immagini che ho già visto nei film ammerecani, tipo Harlem a New York.
ore 13: scendiamo alla fermata degli chapa e camminiamo verso il centro città. Palazzoni. Strade affollate. Mercatini. Confusione. E' incredibile. Non vediamo un solo bianco in mezz'ora di camminata. Ci sediamo a riposare e ci viene il dubbio che l'integrazione sia solo una bella teoria.
ore 15: Mini-bus per Melville, quartiere con eventi musicali e locali.
ore 15.30: Ci troviamo a Marvin, o qualcosa del genere, quartiere popolare periferico. Restiamo sullo chapa e torniamo indietro.
ore 16: decidiamo di tornare verso l'ostello. Chiediamo indicazioni ma sembra che nessuno in sta merda di città sappia arrivare nella zona nord. Gandhi Square, piazza degli autobus nel centro città, duemila fermate. Nessun cartello. Poche indicazioni. Finalmente un ragazzo ci illumina: dovete prendere l'80.
ore 16.30: iniziamo a vedere qulche bianco che spunta dagli uffici.
ore 17: dopo un'ora di attesa e dueppalle enormi arriva l'80. Due piani di Bus.
ore 17.30: imbottigliati nel traffico post-ufficio (stringo le chiappe immaginandomi tra pochi mesi fermo nella tangenziale di Milano!).
ore 18: arrivati.
Conclusione n.1 se sei un turista senza macchina o tanti soldi e hai poco tempo...stattene in albergo a leggere un buon libro.
Conclusione n.2 incredibile come si avverta la netta divisione tra la città bianca e quella nera.
Conclusione n.3 dopo due anni a Beira tanto sfarzo ti lascia perplesso.
MADAGASCAR
Antananarivo (come se fosse Antani):
Altitudine 1500 metri. Luce forte. Colori vivi. Mal di testa e raspino in gola (inquinamento?). Tutto un sali-scendi. Case strette. Scalinate spacca-gambe dappertutto. Gente differente alla "Africa" a cui siamo abituati. Bassini. Pelle più chiara. Tratti asiatici. Nessuna sensazione di pericolo. Tutti gentili. Venditori ambulanti. Povertà. Un po' di immondizia in giro. A tratti odori forti di piscioemmerda. Traffico. Macchine scassatissime: 2CV, R4, Peugeot 106. Giro in taxi su una duecavalli che arranca sulle ripide salite...mitico!! Visita guidata (è impossibile dire di no alle duecento guide locali che ti assaltano) alla zona alta, dove si trova l'antico palazzo reale (che è fady, ossia taboo, indicare con l'indice teso). Qui si domina la città. Scorci bellissimi nelle viottole tra le casette dai tetti spioventi. Balconcini con i panni stesi e fiori. Sembra di essere in un paesino di montagna. Tra tutte le cose che ci dice Patrick, la nostra guida che parla anche italiano, una mi rimane impressa più di tutte: ancora adesso in Madagascar, è obbligatorio circoncidere i propri figli. E secondo l'antica tradizione malgascia, il nonno materno (è una società matriarcale) accetta nella famiglia il nuovo nipote mangiandone il prepuzio con una banana! Per poco non vomitiamo davanti al palazzo reale, sarà fady pure questo?
Domani si va verso sud, nelle highlands...
giovedì 13 agosto 2009
Mozambico: elefanti "spostano" una raffineria di petrolio
Per non danneggiare l’habitat degli elefanti, la raffineria di petrolio che doveva essere costruita a Matutuine, nel sud del paese, a partire da fine anno sarà realizzata in un’altra regione del Mozambico. Ad annunciarlo è la Oilmoz, l’azienda di Maputo a capitale privato impegnata nella costruzione della raffineria, la prima in Mozambico dopo la chiusura dell’ultimo impianto nel 1987. Con una capacità prevista di 350.000 barili al giorno e un costo stimato in 5,6 miliardi di euro, la raffineria di petrolio sarebbe stata edificata nel mezzo di una riserva naturale in cui vivono diverse centinaia di elefanti, la cui popolazione in Mozambico è stata decimata durante la guerra civile che ha coinvolto il paese tra il 1976 e il 1992. “Per evitare danni all’ambiente – ha detto un portavoce di Oilmoz – e proteggere la biodiversità, abbiamo deciso autonomamente di costruire l’impianto altrove, a Marracuene, 50 chilomentri a nord di Maputo”. Il Mozambico consuma circa 17.000 barili di petrolio al giorno; oltre a ridurre il costo della benzina, a oggi tutta d’importazione, la raffineria dovrebbe consentire di esportare circa 330.000 barili nei paesi dell’Africa australe e in primo luogo in Sudafrica.www.misna.org
mercoledì 12 agosto 2009
Grande Hotel da Beira
La storia e i numeri
Nel 1952 si aprono le porte del Grande Hotel di Beira. Di proprietá della Companhia de Moçambique, con i suoi 12.000 metri quadri di sfarzo viene considerato The Pride of Africa, il piú grande e lussuoso albergo del continente. Il progetto iniziale prevede un costo di 35.000 Contos (175.000 Euro). L’arquitetto José Porto viene sostituito durante i lavori dal piú giovane Francisco de Castro, che porta a termine i lavori con un costo finale di 90.000 Contos (450.000 Euro!!). Tre piani, grandi scalinate, larghi corridoi, discoteca con aria condizionata (un lusso a quei tempi), pavimenti completamente di legno, cucine e lavanderia con materiali tedeschi all’avanguardia, mobili di legno provenienti da Lisbona, innovative porte degli ascensori Securit, piscina olimpionica. Perfino un casinó, mai aperto poiché mai autorizzato da Salazar, sotto la pressione dell’allora Vescovo di Beira Dom Sebastião de Resende e dei governi di Swaziland e Rodesia (attuale Zambia) intimoriti dalla possibile concorrenza per i loro casinó. Il Grande Hotel ha peró vita breve. L’attivitá crolla dopo solo due anni dall’apertura, complici una gestione incapace e uno scarso afflusso di turisti. Nel 1963 la chiusura definitiva. Per tutti gli anni sessanta rimangono aperti la piscina, la sala conferenze e la discoteca. L’ultimo evento mondano risale alla festa di capodanno del 1980. Durante la guerra civile inizia l’occupazione dell’edificio, inizialmente dai militari, successivamente dalle famiglie di civili in cerca di un rifugio. Nei sotterranei vengono rinchiusi i prigionieri politici. Negli anni successivi Samora Machel, primo Presidente mozambicano, propone, senza successo, una riabilitazione dell’edificio. Nel 1985 ne viene proposta la demolizione, ma senza proporre una alternativa valida per le famiglie, che si oppongono allo sgombero. Attualmente si stima che siano circa 830 le famiglie all’interno dell’albergo, quasi 2000 persone!!
Visita al Grande Hotel
Finalmente siamo entrati nel famoso, anzi famigerato, Grande Hotel di Beira. Ci siamo riusciti aggregandoci ad alcune suore, che da anni promuovono iniziative a sostegno dei più bisognosi tra i numerosi abitanti dell’Hotel (corsi di cucito e attività con i bambini orfani). Ci accompagnano suor Maria Augusta, di Capo Verde, la tipica suora missionaria con le palle, e dona Isabel, una signora che aiuta nell’organizzazione dei corsi di cucito.
Il piccolo gruppo arriva davanti al Grande Hotel (GH) in perfetto orario. Mai prima d’ora eravamo arrivati così vicino all’enorme eco-mostro. Da qui sotto sembra ancora più gigantesco. Tentiamo di immaginare quante persone possano esserci stipate dentro. Ora non ci resta che aspettare il permesso per entrare. Il segretario del GH (come il segretario di qualsiasi altro bairro della città) deve autorizzarci. Ma sembra che nessuno sappia dove sia finito. Suor Maria Augusta sfodera il mega-cellulare e cerca di rintracciarlo. Niente. Dicono che sia sparito nei meandri dell’albergo. Mi scoraggio. La suora maroni-munita decide di entrare a cercarlo. Entra con passo deciso, sparisce nel buio dell’ex-salone.
Aspettiamo fuori, mentre la vita del GH ci scorre davanti. Donne sedute di fianco ai pochi prodotti da vendere. Bambini (molti) giocano e si rincorrono (per poco non mi tirano giù dona Isabel!). Ragazzi che tornano da scuola (i pochi che ancora ci vanno). Uomini seduti a chiacchierare davanti ad una bottiglia di agua ardente (“acqua” a 40 gradi!). Scene di vita quotidiana ormai familiari. Nel frattempo Isabel ci spiega come non sia facile collaborare con le donne per il corso di cucito. Non possono lasciare il materiale al GH (sparirebbe in pochi istanti). E le donne non sembrano molto interessate ad imparare un lavoro (aqui as mulheres são preguiçosas! – Qui le donne sono pigre!).
Ritorna la suora capoverdiana con dona Chica. Sarà lei ad accompagnarci nella visita. Abbiamo anche il permesso per le foto. Chica vive qui dentro da quindici anni. -Chissà se uscirò mai!- Sorride. Non capisco se la consideri una cosa negativa.
Entriamo nell’immenso, deserto, buio salone. Saliamo le enormi scalinate. Afferro la sciura Isabel. Mica che mi caschi di sotto (il legno dei corrimano e del parquet se lo sono bruciato da mó). Passiamo per lunghi corridoi. Oscurità impenetrabile. Interminabili file di porte tutte uguali si succedono sui due lati. Mi sembra di essere nell’Overlook Hotel di Shining (se vedo un bambino con il triciclo lo piglio a scarpate!). In fondo al tunnel, finalmente…la luce!! Arriviamo ad un’altra ala dell’albergo. Chica ci mostra l’ingresso dell’appartamento dove abitava un tempo, prima di trasferirsi con tutta la famiglia, sempre più numerosa (è appena nato il suo ultimo figlio, il più giovane abitante del GH).
Rimango un po’ stupito. Prima di entrare mi immaginavo una scena differente. Pensavo ad una marea di gente, corridoi affollati, confusione, musica, sporcizia. Avevo in mente le foto che abbiamo scattato nella Rocinha, la più grande favela di Rio de Janeiro. Mi aspettavo una favela concentrata in dodicimilametriquadri. Niente di tutto ciò. Silenzio assoluto. Gli unici rumori vengono dalla strada. E soprattutto nessuno in giro. Tutti in giro per le strade o chiusi nelle stanze (ogni famiglia ha la propria).
Altra sorpresa: pur senza acqua corrente ed energia elettrica, i corridoi sono discretamente puliti. Chica ci spiega che ogni famiglia si occupa delle pulizie degli spazi comuni. Tutta l’immondizia viene accumulata nei vani degli ascensori e in alcune rampe di scale (ormai i rifiuti arrivano fino all’ultimo piano). Nei vani, senza nessuna porta o protezione, oltre ai rifiuti ci finiscono anche i bambini. Fortunatamente fino ad ora non è morto nessuno (forse proprio grazie ai rifiuti!).
Arriviamo sulla enorme terrazza, dove un tempo non lontano organizzavano serate danzanti. La vista è stupenda. Beira a trecentosessantagradi. La piscina olimpionica trasformata in pozza d’acqua piovana, enorme lavabo per i panni sporchi. L’Hotel Miramar. L’Oceania, famigerato Night Club, con i battenti chiusi da anni. I tetti delle case, le lussuose dimore coloniali di Ponta Gea. Il Predio dos Casamentos, dove giovani coppie vanno a sposarsi. Il mercato di Praia Nova. E poi mare. Tutto intorno mare. Il mare di Beira, che la giornata cupa di oggi rende ancora più grigio-topo. Aggrappato alle macerie del cornicione… un albero. -Eccheccifa un albero in terrazza?- Chiedo. Mi dicono che le radici sono salite dal giardino (mah! Non mi convince molto, ma annuisco e apro leggermente la bocca in segno di meraviglia).
Qui conosciamo un altro abitante dell’albergo. Vive qui da diciotto anni. Figlio di un militare trasferito qui dopo la fine della guerra di Indipendenza. Ci dice che nemmeno il segretario sa con esattezza quante persone vivano qui dentro. Le stanze numerate sono trecentouno. Più le stanze non numerate. Più gli scantinati. Più i grandi saloni usati come dormitori la notte. Si pensa piú di duemila persone!!
Tra queste molti non lavorano, altri sopravvivono con piccoli lavoretti, alcuni rubano. Ma qui ci vivono anche infermieri, impiegati statali, perfino poliziotti! Insomma tutti quelli che non possono permettersi di pagare per avere un tetto sopra la testa. Qui non si paga affitto, la luce non c’è, l’acqua si prende dalla torneira (fontana) vicino all’ingresso. Ma per venire a vivere qui devi pagare. Chi si trasferisce vende il proprio spazio al nuovo arrivato. Qualcuno addirittura è riuscito a comprare una casa fuori, che affitta, continuando a vivere nel GH.
Anche qui, come in ogni micromondo che si rispetti, non mancano luoghi di culto e scuole. Ci sono spazi dove vengono celebrate messe. C’è una piccola moschea. Piccole scuole improvvisate accolgono lezioni per i bambini più piccoli (come già detto la maggior parte dei bambini ha già lasciato la scuola: troppi i costi per i libri, la divisa, il trasporto…).
Ci congediamo dal nostro ospite. Torniamo sui nostri passi. Stessi corridoi, o almeno credo. Ogni tanto dietro qualche angolo spunta qualche piccola bancarella. Zucchero. Sapone. Fiammiferi. Candele. Uova. Insalata. Qualche pomodoro. Piccole macchie di colore su uno sfondo grigio, uniforme, denso.
Mentre ci avviciniamo all’uscita, di nuovo stupiti dal silenzio, chiediamo dove sono tutti i bambini. Un altoparlante dalla strada ci risponde. L’ora del pane. Come ogni giorno, puntuale, arriva, nel parchetto davanti al GH, un furgoncino che distribuisce gratuitamente il pane ai bambini. Una fila quasi ordinata di piccoli e meno piccoli aspetta con la mano tesa la propria michetta (deformazione da milanese, uela!). Ci avviciniamo e iniziamo a scattare qualche foto. Subito veniamo assaliti da una gioiosa folle urlante, saltante, agitante-la-mano-con-panino. Scattiamo altre foto tra le grida assordanti. In sottofondo dal megafono continuano incessanti gli elogi per il Presidente Armando Guebuza (campagna elettorale in vista delle elezioni di ottobre?).
Salutiamo e ringraziamo le nostre preziose guide. Ormai la precoce oscurità pomeridiana sta scendendo sulla città. L’imponente silhuette si allontana alle nostre spalle. Il Grande Hotel di Beira, the pride of Africa! I resti degli antichi fasti. Quello che rimane di una maestositá senza senso. Un monumento all’inutilità. Ci chiediamo che senso abbia avuto. Quanti soldi buttati via. Non c’era un modo migliore per rendere orgogliose Beira e l’Africa?
GianMuga
Wikipedia
Paola Rolletta – Expresso, Savana
Mocambique para todos
Noticias
Nel 1952 si aprono le porte del Grande Hotel di Beira. Di proprietá della Companhia de Moçambique, con i suoi 12.000 metri quadri di sfarzo viene considerato The Pride of Africa, il piú grande e lussuoso albergo del continente. Il progetto iniziale prevede un costo di 35.000 Contos (175.000 Euro). L’arquitetto José Porto viene sostituito durante i lavori dal piú giovane Francisco de Castro, che porta a termine i lavori con un costo finale di 90.000 Contos (450.000 Euro!!). Tre piani, grandi scalinate, larghi corridoi, discoteca con aria condizionata (un lusso a quei tempi), pavimenti completamente di legno, cucine e lavanderia con materiali tedeschi all’avanguardia, mobili di legno provenienti da Lisbona, innovative porte degli ascensori Securit, piscina olimpionica. Perfino un casinó, mai aperto poiché mai autorizzato da Salazar, sotto la pressione dell’allora Vescovo di Beira Dom Sebastião de Resende e dei governi di Swaziland e Rodesia (attuale Zambia) intimoriti dalla possibile concorrenza per i loro casinó. Il Grande Hotel ha peró vita breve. L’attivitá crolla dopo solo due anni dall’apertura, complici una gestione incapace e uno scarso afflusso di turisti. Nel 1963 la chiusura definitiva. Per tutti gli anni sessanta rimangono aperti la piscina, la sala conferenze e la discoteca. L’ultimo evento mondano risale alla festa di capodanno del 1980. Durante la guerra civile inizia l’occupazione dell’edificio, inizialmente dai militari, successivamente dalle famiglie di civili in cerca di un rifugio. Nei sotterranei vengono rinchiusi i prigionieri politici. Negli anni successivi Samora Machel, primo Presidente mozambicano, propone, senza successo, una riabilitazione dell’edificio. Nel 1985 ne viene proposta la demolizione, ma senza proporre una alternativa valida per le famiglie, che si oppongono allo sgombero. Attualmente si stima che siano circa 830 le famiglie all’interno dell’albergo, quasi 2000 persone!!
Visita al Grande Hotel
Finalmente siamo entrati nel famoso, anzi famigerato, Grande Hotel di Beira. Ci siamo riusciti aggregandoci ad alcune suore, che da anni promuovono iniziative a sostegno dei più bisognosi tra i numerosi abitanti dell’Hotel (corsi di cucito e attività con i bambini orfani). Ci accompagnano suor Maria Augusta, di Capo Verde, la tipica suora missionaria con le palle, e dona Isabel, una signora che aiuta nell’organizzazione dei corsi di cucito.
Il piccolo gruppo arriva davanti al Grande Hotel (GH) in perfetto orario. Mai prima d’ora eravamo arrivati così vicino all’enorme eco-mostro. Da qui sotto sembra ancora più gigantesco. Tentiamo di immaginare quante persone possano esserci stipate dentro. Ora non ci resta che aspettare il permesso per entrare. Il segretario del GH (come il segretario di qualsiasi altro bairro della città) deve autorizzarci. Ma sembra che nessuno sappia dove sia finito. Suor Maria Augusta sfodera il mega-cellulare e cerca di rintracciarlo. Niente. Dicono che sia sparito nei meandri dell’albergo. Mi scoraggio. La suora maroni-munita decide di entrare a cercarlo. Entra con passo deciso, sparisce nel buio dell’ex-salone.
Aspettiamo fuori, mentre la vita del GH ci scorre davanti. Donne sedute di fianco ai pochi prodotti da vendere. Bambini (molti) giocano e si rincorrono (per poco non mi tirano giù dona Isabel!). Ragazzi che tornano da scuola (i pochi che ancora ci vanno). Uomini seduti a chiacchierare davanti ad una bottiglia di agua ardente (“acqua” a 40 gradi!). Scene di vita quotidiana ormai familiari. Nel frattempo Isabel ci spiega come non sia facile collaborare con le donne per il corso di cucito. Non possono lasciare il materiale al GH (sparirebbe in pochi istanti). E le donne non sembrano molto interessate ad imparare un lavoro (aqui as mulheres são preguiçosas! – Qui le donne sono pigre!).
Ritorna la suora capoverdiana con dona Chica. Sarà lei ad accompagnarci nella visita. Abbiamo anche il permesso per le foto. Chica vive qui dentro da quindici anni. -Chissà se uscirò mai!- Sorride. Non capisco se la consideri una cosa negativa.
Entriamo nell’immenso, deserto, buio salone. Saliamo le enormi scalinate. Afferro la sciura Isabel. Mica che mi caschi di sotto (il legno dei corrimano e del parquet se lo sono bruciato da mó). Passiamo per lunghi corridoi. Oscurità impenetrabile. Interminabili file di porte tutte uguali si succedono sui due lati. Mi sembra di essere nell’Overlook Hotel di Shining (se vedo un bambino con il triciclo lo piglio a scarpate!). In fondo al tunnel, finalmente…la luce!! Arriviamo ad un’altra ala dell’albergo. Chica ci mostra l’ingresso dell’appartamento dove abitava un tempo, prima di trasferirsi con tutta la famiglia, sempre più numerosa (è appena nato il suo ultimo figlio, il più giovane abitante del GH).
Rimango un po’ stupito. Prima di entrare mi immaginavo una scena differente. Pensavo ad una marea di gente, corridoi affollati, confusione, musica, sporcizia. Avevo in mente le foto che abbiamo scattato nella Rocinha, la più grande favela di Rio de Janeiro. Mi aspettavo una favela concentrata in dodicimilametriquadri. Niente di tutto ciò. Silenzio assoluto. Gli unici rumori vengono dalla strada. E soprattutto nessuno in giro. Tutti in giro per le strade o chiusi nelle stanze (ogni famiglia ha la propria).
Altra sorpresa: pur senza acqua corrente ed energia elettrica, i corridoi sono discretamente puliti. Chica ci spiega che ogni famiglia si occupa delle pulizie degli spazi comuni. Tutta l’immondizia viene accumulata nei vani degli ascensori e in alcune rampe di scale (ormai i rifiuti arrivano fino all’ultimo piano). Nei vani, senza nessuna porta o protezione, oltre ai rifiuti ci finiscono anche i bambini. Fortunatamente fino ad ora non è morto nessuno (forse proprio grazie ai rifiuti!).
Arriviamo sulla enorme terrazza, dove un tempo non lontano organizzavano serate danzanti. La vista è stupenda. Beira a trecentosessantagradi. La piscina olimpionica trasformata in pozza d’acqua piovana, enorme lavabo per i panni sporchi. L’Hotel Miramar. L’Oceania, famigerato Night Club, con i battenti chiusi da anni. I tetti delle case, le lussuose dimore coloniali di Ponta Gea. Il Predio dos Casamentos, dove giovani coppie vanno a sposarsi. Il mercato di Praia Nova. E poi mare. Tutto intorno mare. Il mare di Beira, che la giornata cupa di oggi rende ancora più grigio-topo. Aggrappato alle macerie del cornicione… un albero. -Eccheccifa un albero in terrazza?- Chiedo. Mi dicono che le radici sono salite dal giardino (mah! Non mi convince molto, ma annuisco e apro leggermente la bocca in segno di meraviglia).
Qui conosciamo un altro abitante dell’albergo. Vive qui da diciotto anni. Figlio di un militare trasferito qui dopo la fine della guerra di Indipendenza. Ci dice che nemmeno il segretario sa con esattezza quante persone vivano qui dentro. Le stanze numerate sono trecentouno. Più le stanze non numerate. Più gli scantinati. Più i grandi saloni usati come dormitori la notte. Si pensa piú di duemila persone!!
Tra queste molti non lavorano, altri sopravvivono con piccoli lavoretti, alcuni rubano. Ma qui ci vivono anche infermieri, impiegati statali, perfino poliziotti! Insomma tutti quelli che non possono permettersi di pagare per avere un tetto sopra la testa. Qui non si paga affitto, la luce non c’è, l’acqua si prende dalla torneira (fontana) vicino all’ingresso. Ma per venire a vivere qui devi pagare. Chi si trasferisce vende il proprio spazio al nuovo arrivato. Qualcuno addirittura è riuscito a comprare una casa fuori, che affitta, continuando a vivere nel GH.
Anche qui, come in ogni micromondo che si rispetti, non mancano luoghi di culto e scuole. Ci sono spazi dove vengono celebrate messe. C’è una piccola moschea. Piccole scuole improvvisate accolgono lezioni per i bambini più piccoli (come già detto la maggior parte dei bambini ha già lasciato la scuola: troppi i costi per i libri, la divisa, il trasporto…).
Ci congediamo dal nostro ospite. Torniamo sui nostri passi. Stessi corridoi, o almeno credo. Ogni tanto dietro qualche angolo spunta qualche piccola bancarella. Zucchero. Sapone. Fiammiferi. Candele. Uova. Insalata. Qualche pomodoro. Piccole macchie di colore su uno sfondo grigio, uniforme, denso.
Mentre ci avviciniamo all’uscita, di nuovo stupiti dal silenzio, chiediamo dove sono tutti i bambini. Un altoparlante dalla strada ci risponde. L’ora del pane. Come ogni giorno, puntuale, arriva, nel parchetto davanti al GH, un furgoncino che distribuisce gratuitamente il pane ai bambini. Una fila quasi ordinata di piccoli e meno piccoli aspetta con la mano tesa la propria michetta (deformazione da milanese, uela!). Ci avviciniamo e iniziamo a scattare qualche foto. Subito veniamo assaliti da una gioiosa folle urlante, saltante, agitante-la-mano-con-panino. Scattiamo altre foto tra le grida assordanti. In sottofondo dal megafono continuano incessanti gli elogi per il Presidente Armando Guebuza (campagna elettorale in vista delle elezioni di ottobre?).
Salutiamo e ringraziamo le nostre preziose guide. Ormai la precoce oscurità pomeridiana sta scendendo sulla città. L’imponente silhuette si allontana alle nostre spalle. Il Grande Hotel di Beira, the pride of Africa! I resti degli antichi fasti. Quello che rimane di una maestositá senza senso. Un monumento all’inutilità. Ci chiediamo che senso abbia avuto. Quanti soldi buttati via. Non c’era un modo migliore per rendere orgogliose Beira e l’Africa?
GianMuga
Wikipedia
Paola Rolletta – Expresso, Savana
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lunedì 10 agosto 2009
xixi no banho
Una campagna brasiliana di SOS Mata Atlantica per sensibilizzare al risparmo di acqua:
FAI PIPI' NELLA DOCCIA!!
FAI PIPI' NELLA DOCCIA!!
giovedì 30 luglio 2009
Come a Milano... n.2
Pazzesco!!
Questa mattina sono uscito di casa e non riuscivo a vedere al di la' del cancello. Una fitta nebbia ha avvolto completamente la citta'. Pare che addirittura sia bloccato il traffico aereo... manco fossimo a Linate!!
Forse lo stanno facendo apposta per prepararmi pian piano al ritorno in patria...
Questa mattina sono uscito di casa e non riuscivo a vedere al di la' del cancello. Una fitta nebbia ha avvolto completamente la citta'. Pare che addirittura sia bloccato il traffico aereo... manco fossimo a Linate!!
Forse lo stanno facendo apposta per prepararmi pian piano al ritorno in patria...
giovedì 23 luglio 2009
mercoledì 22 luglio 2009
Cidade da Beira
Ho trovato alcuni filmati che mostrano la Beira del passato.
In un mio vecchio post Buon compleanno Beira! si possono trovare foto della citta' di ieri e di oggi.
In un mio vecchio post Buon compleanno Beira! si possono trovare foto della citta' di ieri e di oggi.
martedì 21 luglio 2009
Caffe'
Apre a Kampala la prima industria di caffe' di tutta l'AfricaÈ il primo paese produttore di caffè in Africa ad aver costruito una torrefazione e una fabbrica per inscatolare il prodotto finito ed esportarlo in Europa: l’Uganda ha accolto con soddisfazione la notizia che 40 operai lavorano da Lunedì in una fabbrica gestita da “Good African Coffee”, società a capitale ugandese. Con una capacità annuale pari a tre milioni di tonnellate di caffè, l’impianto è il primo esempio in Africa di un ciclo di produzione completo per un prodotto lavorato ed esportabile sui mercati occidentali. “Grazie alla fabbrica – ha detto Andrew Rugasira, amministratore delegato della società – possiamo dimostrare che anche in Africa sappiamo produrre articoli di qualità, da poter vendere sui mercati europei”. Nata nel 2003, la Good African Coffee è impegnata in un dettagliato processo di produzione che va dalla coltivazione del caffè, grazie ad accordi con 14.000 piccoli agricoltori, alla torrefazione e all’imballaggio per l’esportazione. “Questo – ha detto il presidente Yoweri Museveni, partecipando all’inaugurazione della fabbrica – è un piccolo passo nel processo di liberazione dal lavoro degli altri”. Secondo i dati forniti dalla società, il caffè non lavorato viene venduto sui mercati internazionali al prezzo di poco meno di un euro al chilogrammo, mentre dopo essere torrefatto e lavorato il suo prezzo è di 12 euro al chilo. In Uganda, sono più di un milione le persone impiegate nella coltivazione del caffè.
www.misna.org
mercoledì 15 luglio 2009
The Mozambique
Cercando su youtube "Mozambique and Drums", ho scoperto che The Mozambique e' un famoso tema per batteria suonato dal batterista Steve Gadd nel brano Late in the Evening di Paul Simon.
Ecco alcuni video:
Ecco alcuni video:
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