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sabato 6 febbraio 2010

La spesa

Niente da fare. Perso il ritmo.
Penso al Mozambico. Alla spesa al supermercato di Beira. Mai viste cassiere così lente. Ripenso alla prima volta. Appena arrivato da Milano, geneticamente modificato per essere di fretta e correre…SEMPRE! Assisto incredulo alle scene alla cassa. Lunghe file di persone in attesa, in silenzio, non una parola. La cassiera prende la scatoletta, la osserva, cerca il codice, la passa sul sensore. Bip. La appoggia sulla discesa. Prende la forma di pane. Il sensore non funziona. Batte il codice. Sbaglia. Ribatte. Bip. Una flemma disarmante. E tra una lattina di birra e una confezione di pasta, aggiorna la collega sugli ultimi pettegolezzi (fofoca, in Mozambico). La cliente la osserva, impassibile, mentre le bottiglie di refrescos le sfilano sotto il naso. Finito. La signora paga e solamente DOPO aver pagato, comincia lentamente a infilare la merce nei sacchetti, aiutata dalla cassiera. La fila è bloccata. Mini-sacchetti di plastica si accumulano sul ripiano. Nessuno dice qualcosa, nessuno protesta. Rimango esterrefatto. Ora tocca a noi. Mi sistemo in fondo alla cassa. Borsa aperta. Braccio teso. Pronto. In attesa. Arriva una scatoletta. Aspetto. Arriva una confezione di yogurt. Aspetto. Un rotolo di cartadaculo. Aspetto. Un fottuto bip ogni minuto! Mi distraggo. Penso a cosa cucinare la sera. Mi invento qualcosa per passare il tempo. Dispongo tutto alla perfezione. Incastro le scatole in base alla forma: una sorta di tetris tridimensionale (L’amico pdx si divertirebbe un sacco!). Per tentare di accelerare la procedura, strappo di mano i barattoli alla cassiera. Oppone resistenza. Tutto inutile.
Adesso sono a Milano, nel supermercato sotto casa. Da poche ore siamo ritornati dal Mozambico. Stanchi dal viaggio. Disorientati dalle luci e dal delirio pre-natalizio. Ammirati dall’infinita varietà di generi alimentari sugli scaffali. Arriviamo alla cassa impreparati. Affrontiamo la situazione con i nostri nuovi ritmi. Ritardo qualche secondo, non riesco ad aprire i sacchetti. Bip-bip-bip-bip-bip-bip-bip-bip. Non faccio in tempo a capire cosa sta succedendo, che la cassiera inizia a lanciarmi addosso scatolette, barattoli, prosciutti, detersivi, perfino bottiglie di vetro! Rimango impietrito. Non riesco a starle dietro. Mi affanno nel tentativo di stare al suo ritmo, ma senza successo. Sono schiacciato dalla mia stessa spesa. Inizia ad accumularsi una montagna di roba. Alla cazzo butto dentro ai sacchetti tutto quello che mi capita tra le mani. Manca ancora metà della spesa da sistemare, e già la cassiera mi grida il totale. Colto alla sprovvista cerco goffamente di tirare fuori il portafoglio. Perdo tempo, impacciato dal giubbotto e dai guantoni di lana. La fila rumoreggia. Sento addosso mille sguardi di disapprovazione. Dietro di noi sento lo sbuffare spazientito della vecchiaccia chenonhauncazzodafarenellavitaeproprioallesettediseradevevenirearompereicoglioniame! La cassiera prepara i sacchetti per il cliente successivo. Mi da il resto con una mano, mentre con l’altra ricomincia il folle lancio della spesa.
Infilo in tasca lo scontrino e i soldi accartocciati.
Mi allontano dalla cassa in un bagno di sudore.
Stressato come non mai.
Mi bevo alla goccia una boccetta di lexotan.
Chiamo il mio analista e fisso una seduta per il giorno dopo.
Esco all’aria aperta.
Il freddo intenso mi gela il sudore sulla schiena.
Mi fermo.
Mi guardo attorno.
Respiro.
Siamo tornati.

martedì 8 settembre 2009

Aggiornamento

Rieccomi dopo settimane di assenza.
Il 26 di Agosto é stato il mio ultimo giorno di lavoro (sigh!). Dopo due anni abbiamo lasciato Beira e stiamo per lasciare il Mozambico. Abbiamo passato le ultime settimane tra preparativi, valigie, saluti. Ogni giorno una festa di despedida, per salutare gli amici, i colleghi dell’universitá e dell’ospedale, il personale della associazione. L’ultimo giorno é stato pazzesco: svuotare la casa dalle cose accumulate in due anni di vita, e nello stesso momento preparare gli zaini per un viaggio di tre mesi. Sí, perché prima di ritornare in Italia ci siamo regalati un “giretto”: Mozambico, Madagascar, Kenya, Tanzania, Malawi. Per poi ritornare a Beira ed assistere alla Laurea degli studenti di medicina che ho seguito in questi anni (i miei bambini!!)

Le tappe del viaggio:
Partenza da Beira. Due tipi con una pseudo-divisa tentano di darci una multa per avere pisciato vicino ad un albero non lontano dalla stazione degli chapa! (Peró nessuno dice niente quando la gente si mette a cagare in spiaggia!! nda). Dopo una lunga discussione e l’intervento in nostro favore di due agguerite sciure, ce la caviamo con una stretta di mano farcita con 50 Meticais (cazzo giá il primo pizzo del viaggio!). Poi ci spariamo otto ore di viaggio seduti su uno sgabello incastrati tra sacchi di patate e farina.

Arriviamo a Vilankulos. Quattro giorni di svacco, dormite e camminate sulla spiaggia. Nessuna immersione, troppo stanchi e infreddoliti (l’inverno mozambicano sta durando piú del solito).

Schiacciati dentro ad un furgone/gabbia come animali, ritorniamo sulla strada principale, dove ci incontriamo con Bas, un amico olandese di Beira. Con lui andiamo a Inhambane/Tofo. Bellissimo, anche se un po’ troppo turistico. Finalmente immersioni, tra mille pesci ed enormi mante. Seduti al bar a bere una birretta, assistiamo allo spettacolo meraviglioso delle balene che saltano e spruzzano enormi getti d’acqua. In questo periodo su tutta la costa si possono vedere gruppi di balene che migrano verso Nord lungo il canale tra il Mozambico e il Madagascar.

Ora siamo a Maputo, dopo un viaggio sicuramente piú comodo dei precedenti, anche se con un leggero ritardo dovuto ad una gomma scoppiata. Siamo a casa di una amica, Elisa, che ci fa conoscere una cittá che non ci aspettavamo. Frastornati. Palazzoni, vetrine, luci, macchinoni, lusso. Ma anche un bellissimo lungo mare, spiaggia, vita notturna, musica dal vivo, centri culturali, musei. Nessun bairro dentro la cittá. Tutte le baracche sono rimaste fuori, nella periferia. Povertá ce n’é, solo che la nascondono. E come in tutte le grandi cittá, ancora piú stridente é la differenza tra chi ha la grana e chi tira a campare. Beira sembra distante anni luce. Mi incazzo nel vedere come il boicottaggio politico (Beira e la provincia di Sofala sono storicamente della destrorsa Renamo) stia uccidendo la seconda cittá del Mozambico per importanza storico-commerciale e numero di abitanti.

Tappa successiva Johannesburg, per prendere l’aereo che ci porterá ad Antananarivo, capitale del Madagascar!!
Alla prossima…

mercoledì 12 agosto 2009

Grande Hotel da Beira


La storia e i numeri
Nel 1952 si aprono le porte del Grande Hotel di Beira. Di proprietá della Companhia de Moçambique, con i suoi 12.000 metri quadri di sfarzo viene considerato The Pride of Africa, il piú grande e lussuoso albergo del continente. Il progetto iniziale prevede un costo di 35.000 Contos (175.000 Euro). L’arquitetto José Porto viene sostituito durante i lavori dal piú giovane Francisco de Castro, che porta a termine i lavori con un costo finale di 90.000 Contos (450.000 Euro!!). Tre piani, grandi scalinate, larghi corridoi, discoteca con aria condizionata (un lusso a quei tempi), pavimenti completamente di legno, cucine e lavanderia con materiali tedeschi all’avanguardia, mobili di legno provenienti da Lisbona, innovative porte degli ascensori Securit, piscina olimpionica. Perfino un casinó, mai aperto poiché mai autorizzato da Salazar, sotto la pressione dell’allora Vescovo di Beira Dom Sebastião de Resende e dei governi di Swaziland e Rodesia (attuale Zambia) intimoriti dalla possibile concorrenza per i loro casinó. Il Grande Hotel ha peró vita breve. L’attivitá crolla dopo solo due anni dall’apertura, complici una gestione incapace e uno scarso afflusso di turisti. Nel 1963 la chiusura definitiva. Per tutti gli anni sessanta rimangono aperti la piscina, la sala conferenze e la discoteca. L’ultimo evento mondano risale alla festa di capodanno del 1980. Durante la guerra civile inizia l’occupazione dell’edificio, inizialmente dai militari, successivamente dalle famiglie di civili in cerca di un rifugio. Nei sotterranei vengono rinchiusi i prigionieri politici. Negli anni successivi Samora Machel, primo Presidente mozambicano, propone, senza successo, una riabilitazione dell’edificio. Nel 1985 ne viene proposta la demolizione, ma senza proporre una alternativa valida per le famiglie, che si oppongono allo sgombero. Attualmente si stima che siano circa 830 le famiglie all’interno dell’albergo, quasi 2000 persone!!

Visita al Grande Hotel
Finalmente siamo entrati nel famoso, anzi famigerato, Grande Hotel di Beira. Ci siamo riusciti aggregandoci ad alcune suore, che da anni promuovono iniziative a sostegno dei più bisognosi tra i numerosi abitanti dell’Hotel (corsi di cucito e attività con i bambini orfani). Ci accompagnano suor Maria Augusta, di Capo Verde, la tipica suora missionaria con le palle, e dona Isabel, una signora che aiuta nell’organizzazione dei corsi di cucito.
Il piccolo gruppo arriva davanti al Grande Hotel (GH) in perfetto orario. Mai prima d’ora eravamo arrivati così vicino all’enorme eco-mostro. Da qui sotto sembra ancora più gigantesco. Tentiamo di immaginare quante persone possano esserci stipate dentro. Ora non ci resta che aspettare il permesso per entrare. Il segretario del GH (come il segretario di qualsiasi altro bairro della città) deve autorizzarci. Ma sembra che nessuno sappia dove sia finito. Suor Maria Augusta sfodera il mega-cellulare e cerca di rintracciarlo. Niente. Dicono che sia sparito nei meandri dell’albergo. Mi scoraggio. La suora maroni-munita decide di entrare a cercarlo. Entra con passo deciso, sparisce nel buio dell’ex-salone.

Aspettiamo fuori, mentre la vita del GH ci scorre davanti. Donne sedute di fianco ai pochi prodotti da vendere. Bambini (molti) giocano e si rincorrono (per poco non mi tirano giù dona Isabel!). Ragazzi che tornano da scuola (i pochi che ancora ci vanno). Uomini seduti a chiacchierare davanti ad una bottiglia di agua ardente (“acqua” a 40 gradi!). Scene di vita quotidiana ormai familiari. Nel frattempo Isabel ci spiega come non sia facile collaborare con le donne per il corso di cucito. Non possono lasciare il materiale al GH (sparirebbe in pochi istanti). E le donne non sembrano molto interessate ad imparare un lavoro (aqui as mulheres são preguiçosas! – Qui le donne sono pigre!).
Ritorna la suora capoverdiana con dona Chica. Sarà lei ad accompagnarci nella visita. Abbiamo anche il permesso per le foto. Chica vive qui dentro da quindici anni. -Chissà se uscirò mai!- Sorride. Non capisco se la consideri una cosa negativa.

Entriamo nell’immenso, deserto, buio salone. Saliamo le enormi scalinate. Afferro la sciura Isabel. Mica che mi caschi di sotto (il legno dei corrimano e del parquet se lo sono bruciato da mó). Passiamo per lunghi corridoi. Oscurità impenetrabile. Interminabili file di porte tutte uguali si succedono sui due lati. Mi sembra di essere nell’Overlook Hotel di Shining (se vedo un bambino con il triciclo lo piglio a scarpate!). In fondo al tunnel, finalmente…la luce!! Arriviamo ad un’altra ala dell’albergo. Chica ci mostra l’ingresso dell’appartamento dove abitava un tempo, prima di trasferirsi con tutta la famiglia, sempre più numerosa (è appena nato il suo ultimo figlio, il più giovane abitante del GH).

Rimango un po’ stupito. Prima di entrare mi immaginavo una scena differente. Pensavo ad una marea di gente, corridoi affollati, confusione, musica, sporcizia. Avevo in mente le foto che abbiamo scattato nella Rocinha, la più grande favela di Rio de Janeiro. Mi aspettavo una favela concentrata in dodicimilametriquadri. Niente di tutto ciò. Silenzio assoluto. Gli unici rumori vengono dalla strada. E soprattutto nessuno in giro. Tutti in giro per le strade o chiusi nelle stanze (ogni famiglia ha la propria).

Altra sorpresa: pur senza acqua corrente ed energia elettrica, i corridoi sono discretamente puliti. Chica ci spiega che ogni famiglia si occupa delle pulizie degli spazi comuni. Tutta l’immondizia viene accumulata nei vani degli ascensori e in alcune rampe di scale (ormai i rifiuti arrivano fino all’ultimo piano). Nei vani, senza nessuna porta o protezione, oltre ai rifiuti ci finiscono anche i bambini. Fortunatamente fino ad ora non è morto nessuno (forse proprio grazie ai rifiuti!).

Arriviamo sulla enorme terrazza, dove un tempo non lontano organizzavano serate danzanti. La vista è stupenda. Beira a trecentosessantagradi. La piscina olimpionica trasformata in pozza d’acqua piovana, enorme lavabo per i panni sporchi. L’Hotel Miramar. L’Oceania, famigerato Night Club, con i battenti chiusi da anni. I tetti delle case, le lussuose dimore coloniali di Ponta Gea. Il Predio dos Casamentos, dove giovani coppie vanno a sposarsi. Il mercato di Praia Nova. E poi mare. Tutto intorno mare. Il mare di Beira, che la giornata cupa di oggi rende ancora più grigio-topo. Aggrappato alle macerie del cornicione… un albero. -Eccheccifa un albero in terrazza?- Chiedo. Mi dicono che le radici sono salite dal giardino (mah! Non mi convince molto, ma annuisco e apro leggermente la bocca in segno di meraviglia).

Qui conosciamo un altro abitante dell’albergo. Vive qui da diciotto anni. Figlio di un militare trasferito qui dopo la fine della guerra di Indipendenza. Ci dice che nemmeno il segretario sa con esattezza quante persone vivano qui dentro. Le stanze numerate sono trecentouno. Più le stanze non numerate. Più gli scantinati. Più i grandi saloni usati come dormitori la notte. Si pensa piú di duemila persone!!


Tra queste molti non lavorano, altri sopravvivono con piccoli lavoretti, alcuni rubano. Ma qui ci vivono anche infermieri, impiegati statali, perfino poliziotti! Insomma tutti quelli che non possono permettersi di pagare per avere un tetto sopra la testa. Qui non si paga affitto, la luce non c’è, l’acqua si prende dalla torneira (fontana) vicino all’ingresso. Ma per venire a vivere qui devi pagare. Chi si trasferisce vende il proprio spazio al nuovo arrivato. Qualcuno addirittura è riuscito a comprare una casa fuori, che affitta, continuando a vivere nel GH.
Anche qui, come in ogni micromondo che si rispetti, non mancano luoghi di culto e scuole. Ci sono spazi dove vengono celebrate messe. C’è una piccola moschea. Piccole scuole improvvisate accolgono lezioni per i bambini più piccoli (come già detto la maggior parte dei bambini ha già lasciato la scuola: troppi i costi per i libri, la divisa, il trasporto…).
Ci congediamo dal nostro ospite. Torniamo sui nostri passi. Stessi corridoi, o almeno credo. Ogni tanto dietro qualche angolo spunta qualche piccola bancarella. Zucchero. Sapone. Fiammiferi. Candele. Uova. Insalata. Qualche pomodoro. Piccole macchie di colore su uno sfondo grigio, uniforme, denso.


Mentre ci avviciniamo all’uscita, di nuovo stupiti dal silenzio, chiediamo dove sono tutti i bambini. Un altoparlante dalla strada ci risponde. L’ora del pane. Come ogni giorno, puntuale, arriva, nel parchetto davanti al GH, un furgoncino che distribuisce gratuitamente il pane ai bambini. Una fila quasi ordinata di piccoli e meno piccoli aspetta con la mano tesa la propria michetta (deformazione da milanese, uela!). Ci avviciniamo e iniziamo a scattare qualche foto. Subito veniamo assaliti da una gioiosa folle urlante, saltante, agitante-la-mano-con-panino. Scattiamo altre foto tra le grida assordanti. In sottofondo dal megafono continuano incessanti gli elogi per il Presidente Armando Guebuza (campagna elettorale in vista delle elezioni di ottobre?).

Salutiamo e ringraziamo le nostre preziose guide. Ormai la precoce oscurità pomeridiana sta scendendo sulla città. L’imponente silhuette si allontana alle nostre spalle. Il Grande Hotel di Beira, the pride of Africa! I resti degli antichi fasti. Quello che rimane di una maestositá senza senso. Un monumento all’inutilità. Ci chiediamo che senso abbia avuto. Quanti soldi buttati via. Non c’era un modo migliore per rendere orgogliose Beira e l’Africa?

GianMuga
Wikipedia

Paola Rolletta – Expresso, Savana

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martedì 21 luglio 2009

Djembe!!

Tutto e' cominciato qualche mese fa, quando ho deciso di cambiare la pelle del mio djembe perche' troppo spessa...
Sabato mattina. Ore 6. La mia sveglia abituale nel fine settimana (!?!?). Con ancora la cispa sugli occhi salgo in macchina. Neanche il tempo per la colazione. Io Joao e Jongue andiamo in cerca di pelle. Pelle di cabrito (capretto) per l'esattezza. E dove trovi pelle di cabrito a Beira? Al mercato del Maquinino. Ma non proprio al mercato. Con la macchina entriamo in un vicolo. Strada sterrata piena di pozze d'acqua, piccoli laghetti nel centro citta'. Salgo sul marciapiede per aggirare gli ostacoli. Ovviamente braccio penzolante fuori dalla macchina e strombazzata per far saltare la vecchia. Insomma tamarro beirense (Baggio style! nda).
Arriviamo sul posto. Mi dicono di rimanere in macchina. E' meglio che non vedano il muzungu, potrebbero cambiare il prezzo. Aspetto. Esce Joao. Ok puoi entrare. Lo seguo attraverso una porticina. Corridoio stretto. Buio. Pozze di fango per terra. Odore forte indefinito. Alla fine del tunnel vedo ... la luce!!! Mi si apre davanti un cortiletto sul retro della casa. Gruppetto di persone in piedi. All'istante si girano tutti e mi fissano. Che ci fa qua un muzungu? Imbarazzo. Sorriso di circostanza. Ola bom dia. Nessuna risposta. Si girano dall'altra parte. Ma che posto e' questo? Penso. Pochi secondi e capisco. Qua la gente porta ad ammazzare il proprio cabrito o a comprare pezzi di cabrito (la carne di capretto e' molto saporita, e la testa di cabrito qui e' una prelibatezza!). Lo spettacolo e' abbastanza cruento. Da una parte tutti gli animali ammassati che si agitano. Dall'altra gente che litiga e si contende questo o quest'altro cabrito - Il mio era quello nero! - No!! Il tuo c'aveva una macchia bianca sul culo! - E cosi' via. Nel mezzo tre ragazzetti continuano senza sosta il lavoro. Come in una catena di montaggio. Prendi il capretto. Tieni il capretto. Sgozza il capretto. Appendi il capretto. Scuoia il capretto. Taglia il capretto. E via un altro capretto. Una sosta ogni tanto per affilare i coltellacci. Con i ragazzetti che saltellano a piedi nudi in una pozza rossastra. La classica scena Pulp...sanguemmerda! L'ideale per le sei di mattina con il nulla nello stomaco. Tra un cabrito e l'altro uno dei ragazzi litiga con Jongue per un vecchio debito. Io non alzerei la voce con uno che comincia la giornata decapitando animali con la mannaia! Penso. Poi le cose si sitemano. E inizia la contrattazione per le pelli. Ce ne servono tre. Ci sara' il 3x2? Alla fine la spuntiamo per 20 Meticais ogni pelle. Scopro che a me una pelle sarebbe costata 150 Meticais! Bastardi. Mettiamo il bottino in un sacchetto nel baule. Un profumo inebriante invade lentamente la macchina. Torniamo a casa.


Sono le 8 di mattina e io sono gia' distrutto. E ancora non abbiamo fatto nulla. Adesso ci tocca pulire la pelle dai brandelli di carne. Lavarla. Smontare i djembe togliendo tutte le corde. Montare la pelle ancora bagnata sulla base del djembe (a me e' toccato il capretto nero!). Tagliare la pelle che avanza. Cambiare tutte le corde. Finiamo verso mezzogiorno. Io non ce la faccio piu'. Anche se in realta' non ho fatto un granche'. Hanno lavorato di piu' gli amici esperti. Adesso dobbiamo lasciare il djembe al sole per due settimane per far seccare bene la pelle prima di tenderla.







Dopo quasi tre settimane io e Joao non vediamo l'ora di finire l'opera. Recuperiamo il djembe dal tetto. Tutto e' pronto. Iniziamo a tirare le corde. Alla terza corda. TAC! Si rompe. Nooo!!! Niente panico. La sistemiamo con un bel nodone. Continuamo. TAC! Si spezza un'altra corda. Uno stormo di santi si alza in volo. Non ci possiamo credere. Rivivo il momento esatto in cui il venditore mi ha assicurato sulla resistenza della corda. Lo maledico. Non c'e' niente da fare. Bisogna smontare tutto e ricominciare. A me viene da piangere. Joao mi vede atterrito. Decide di fare da solo. Nelle settimane seguenti si procura un'altra pelle (non voglio sapere come!), compra una nuova corda e ricomincia. Ma sul piu' bello...SBAM! Cede l'anello di metallo che serve a tendere la pelle. Madonne in lingua locale. Ma Joao non e' uomo che si arrende facilmente. Sistema l'anello, uccide a morsi la nonna dei vicini, e ne usa la pelle. Ricomincia. Corda nuova. Anello a posto. Tira di qua, tira di la'. STRAP! Squarcio nel bel mezzo della pelle. Quando Joao me lo racconta rimango immobile, una maschera di cera. Rinuncio. Non suonero' mai piu' un djembe in vita mia. Piuttosto mi tamburello sui coglioni!! Ma Joao continua. Imperterrito.
E dopo settimane e settimane di attesa...finalmente ho riabbracciato la creatura! E domenica scorsa lo abbiamo accordato. E io che ero abituato con la chitarra, dieci minuti e via. Per accordare stu cazz'e'ggembe c'ho lasciato il sangue sulle corde. Letteralmente! Mani devastate. Ma soddisfazione enorme!!

sabato 4 luglio 2009

SUPEREROI!!

Ieri sera una piccola disavventura, la prima in questi due anni, ma finita con la vittoria dei nostri eroi!
Usciamo verso mezzanotte da casa di amici.
Andiamo alla macchina, parcheggiata di fronte alla casa. Faccio il giro per salire. J nota due loschi figuri che dopo averci visto cambiano strada, si dividono. Uno va verso di lei. Io non mi accorgo di nulla, sto salutando una collega. Sento J che grida
!!!!!!!!!!!
Corro. Vedo uno che sta stringendo J. Lei si divincola alla grande. Con un plico di fogli inizia a prendere a “fotocopiate” in faccia il bastardo. Io gli salto addosso
POW!
Pugno alla cieca non mi ricordo dove
URKK!
Gomitata a casaccio
OUCH!
Calcio in culo mentre scappa
Ma all’improvviso
SBAM!
Da dietro mi arriva una bastonata sulla gobba. Che si rompe.
Il bastone, non la gobba.
Cazzo l’altro figlio di troia! Mi giro e…
...gli occhi iniziano a diventarmi verdi, il corpo inizia a cambiare, i muscoli si gonfiano, i vestiti si lacerano per la tensione di tendini e carne, ormai mezzo ignudo afferro il tizio, lo sollevo e lo scaravento al di là della macchina…
o almeno questo è quello che mi ricordo. Anche se altri sostengono che gli stronzi sono scappati vedendo arrivare i rinforzi. Sì perché da tutti gli angoli della via accorrono altri ragazzi per difenderci (Anche se siamo stranieri a casa loro...come sarebbe successo anche in Italia, no? Nda). A questo punto, non molto tempestivamente, esce di casa il mio amico tedesco che, correndo per la strada, sbraita frasi incomprensibili (anche se dal suono sembrano un filo volgari) in spagnolo (???). Ci troviamo a sacramentare in mezzo alla strada contro i due ormai lontani nella notte.
Immancabile nugolo di persone. Tutti stanno bene. Stiamo bene. Partono i commenti della gente. Parte una serie infinita di racconti di chi ha visto la scena e tenta di spiegarla, di mimarla a quelli accorsi per ultimi sulla scena. Lo spettacolo è finito. Tornatevene tutti a casa. Non c’è più nulla da vedere.
Saliamo in macchina. La folla si allarga al nostro passaggio. Applausi ci salutano.
Vabbuò mo' esagero, però eravamo troppo soddisfatti.
Da oggi il Crimine ha due nuovi nemici…minchia che eroi!!
EPILOGO
Oggi ho le nocche gonfie, il gomito sbucciato, il piede dolorante e la gobba tutta arrossata.

sabato 30 maggio 2009

On the road again!

La bici è riparata, beh non è proprio come nuova, ma…si torna in pista!
Ricomincia l'eterna lotta tra macchina e bici: Beira o Milano, nessuna differenza. Certo, il traffico beirense non è paragonabile a quello milanese, ma qui c’è un aggravante: l'ottantapercento dei mezzi in circolazione è rappresentato dai temutissimi chapa, il tipico mezzo di trasporto pubblico nelle città africane. Piccoli furgoncini Toyota che percorrono la città da una parte all'altra, caricandosi di passeggeri fino a scoppiare, senza limiti di posti, più sei pieno e più ti frutta la corsa. Cinque Meticais per qualsiasi tratta dentro la città. Senza fermate prestabilite. Qualsiasi punto va bene.
Sei sul marciapiede? Agiti il braccio, trenta secondi e uno chapa ti carica (che tu lo voglia o no!!).
Sei sullo chapa e vuoi scendere? Basta gridare – PARAGEM!! – al vice dell’autista (di solito un ragazzino che sta in piedi tutto il tempo raccogliendo i soldi). Lui tira fuori il braccio dal finestrino e con una moneta picchia sul tetto del furgoncino: inchiodata istantanea. Senza rallentare. Senza freccia. E di solito le luci dei freni non funzionano! I primi giorni a Beira ho rischiato più volte di andareinculo a qualche chapa, mo ci sto alla larga.
Per il ciclista il quadro è:
mezzi scassatissimi che sparano fumo nero dal culo tipo la Jaguar E di James Bond
autisti incapaci (la Scuola Guida di Beira non è la punta di diamante del Mozambico)
rispetto per il ciclista pari a zero
buchi nell’asfalto della grandezza di un uomo (forse un avvertimento?)
cumuli di sabbia portati dal vento sul lato della strada …
…beh c’è da stare all’occhio,
chiappe strette sulla sella
una mano sulle palle e…
pedalare!!
Ma mentre prima accennavo solo timide proteste (un sopracciglio sollevato in segno di disapprovazione), adesso sono veramente incazzoso. Quando uno chapa mi passa vicino a manetta facendomi il pelo, in automatico
scatta l’accoppiata indice-mignolo
parte una rassegna poliglotta di saracche
iniziano a cadere santi e madonne, tutti addosso al
filho daquela puta que o pariou!!

sabato 23 maggio 2009

Film

Il film rappresenta una delle più importanti merci di scambio tra i cooperanti. Più film hai da scambiare e più sei fico, più ce l’hai grande (la memoria esterna nda) più amici hai e più sei invitato alle feste. Il cooperante, presumo per definizione, ha bisogno di qualcosa da vedere: film, serietv, documentari, video musicali, cartoni animati, pubblicità! In una città in cui alle sei di pomeriggio è già buio pesto e in cui di certo non abbondano gli eventi culturali, è fondamentale avere una buona riserva sul pc. Anche perché qui non si trovano molti dvd decenti, per strada ti vendono filmacci di arti marziali di produzione quasi-amatoriale giapponese: pesta-pesta o spara-spara. Nel cinema invece ci sono degli inconvenienti, tipo che l’audio è gracchiante, i sottotitoli in portoghese spesso sono sfasati rispetto all’audio, e le poltroncine sono quasi tutte a pezzi, per cui perdi la prima mezz’ora di film tentando di trovare, al buio, un posto a sedere decente. Noi quando siamo arrivati avevamo risorse molto limitate (infatti non socializzavamo molto). Per qualche mese abbiamo tentato di scaricare qualcosa, ma con la potente connessione che abbiamo ci volevano quasi due settimane per un film! E spesso, dopo tutta sta attesa, al posto del film che volevi ti beccavi il solito pornazzo! Ho tentato sette volte ripeto sette volte di scaricare il film dei Simpsons e ogni volta al posto del mitico Homer mi sono beccato Antonella Dal Lago che, diciamo, “intratteneva” degli ospiti (molti ospiti!) nel salotto-buono. Adesso i Simpsons non mi piacciono più, ma sono diventato un fan sfegatato di Antonella (anche se non riesco a diventare suo fan su Feisbuc!!). Beh, comunque, fortunatamente adesso abbiamo una mattonella da cinquecento gigabait che abbiamo riempito fino all’orlo. La tecnica è di avere un catalogo variegato, per avere più merce di scambio: film appena usciti per quelli che sono qui da più tempo e si sono persi tutte le ultime stagioni cinematografiche, i classiconi per gli immancabili cinefili, i film tutti-effetti-speciali per gli ammerecani, le animazioni per i cooperanti con bambini, film in italiano (la maggior parte) ma anche film in lingua originale con sottotitoli in inglese (la cooperazione è internazionale). Quelli che non riesco molto a sbolognare sono i film polizieschi annisettanta che mi ha dato ammiofratello, quelli con titoli lunghissimi in cui qualcuno spara a qualcun altro, sempre con qualche nome di città, tipo La polizia ringrazia, Milano chiama Roma risponde, La polizia spara i servizi segreti uccidono, Milano spara Roma schiva Palermo muore… E poi vanno molto le serietv: ho già visto molti qui cadere nel tunnel, diventare serie-dipendenti, divorarle una puntata dopo l’altra. In questo momento girano per la città cofanetti di magnum piai, frenz, siesai, Secs en de siti, prison brec… Eh sì, i tempi cambiano, non si va più a cena da amici con la classica bottiglia di vino, adesso ci si porta la mattonella!

sabato 16 maggio 2009

Medici cubani

Qui a Beira, e in tutto il Mozambico, ci sono molti medici cubani, che vengono per tre anni in virtù di un accordo di collaborazione tra i due Paesi, a sostegno della sanità mozambicana. Sono presenti, attualmente, in 72 Paesi nel mondo, soprattutto in Africa, Asia e Sud America. Non avevo mai conosciuto direttamente dei medici di Cuba, ne conoscevo solo la fama, visto che la Scuola di Medicina di Cuba è sempre stata considerata di ottimo livello. Ne ho conosciuti una quindicina sì e no. Chiaro, come campione non è "statisticamente significativo" ma, senza paura di facili generalizzazioni, posso affermare con una certa sicurezza che
ODIO I MEDICI CUBANI!!
No, non proprio tutti, ma quasi...beh, non è proprio odio, direi che mi stanno molto sul cazzo...
Per carità, dal punto di vista strettamente medico-teorico devo ammettere che sono preparati, e soprattutto che si sanno vendere molto bene, sempre molto chiaccheroni, con una sicurezza nelle proprie capacità ed un'autostima disarmanti. Peccato però che spesso non mettono in pratica le loro "vaste" conoscenze, visto che in un annoemmezzo non li ho mai visti visitare un paziente! Cosa fanno: la mattina passano velocemente per il reparto, danno un'occhiata rapida per vedere i pazienti che camminano (quindi guariti), raccolgono tutte le cartelle, si chiudono tutti nello studio-medici con l'aria condizionata a manetta, e scrivono le cartelle e le dimissioni. Ovviamente le cose che scrivono quasi mai assomigliano alle condizioni reali del paziente, ma tanto chi gli dice qualcosa? Il primario? Il bebado che entra alle 7.30 ed esce alle 9? E poi hanno sempre un atteggiamento arrogante e machista, pure le donne. Trattano male i pazienti, cacciano in malo modo i famigliari dei pazienti, gridano contro gli infermieri e in genere contro quelli che non possono difendersi, sono stra-gentili solo con gli altri medici, almeno in apparenza, visto che non ti dicono mai in faccia quello che pensano, sempre alle spalle. Sono sensibili ad un solo argomento: la pecunia. Va bene, non è giusto giudicare questo aspetto, alla fine veniamo da due realtà completamente differenti, e, da quanto mi dicono continuamente, a Cuba facevano la fame, e qui in Mozambico prendono uno stipendio misero rispetto alla mole (teorica) di lavoro, e quindi cercano sempre di arrotondare come possono. Però i bastardi (dico bastardi perchè è stata una decisione dell'intero gruppo cubano) hanno boicottato un corso di formazione per gli studenti che avevo organizzato con una di loro: il giorno prima del corso, con già tutto il materiale fotocopiato (da me personalmente, circa 1700 fotocopie!!), con il cibo prenotato e pagato, il gruppo ha impedito alla collega di partecipare come formatrice al corso!! E perchè? Perchè la nostra associazione non aveva garantito il per diem ai medici invitati (tra cui tutti i cubani). Sì perchè qui funziona il per diem, cioè in qualsiasi corso di formazione, il medico (o l'infermiere) non PAGA per partecipare al corso (che è fatto per aiutarlo nda), ma RICEVE dei soldi per ogni giorno di partecipazione!! Oltre che dei lauti banchetti nella pausa pranzo. Incredibile!! Questa è la migliore spinta motivazionale che la cooperazione interazionale ha fino ad ora trovato per portare avanti i progetti di sviluppo in Mozambico (!!!)
Qui sotto una foto che ho fatto di nascosto al gruppetto che lavora in Medicina Interna.
Da sinistra a destra:
il tappetto c'a'panza, il capoccia del gruppo, l'arrogante filho da puta, sguardo suino, sempre a provarci con tutte, già noto per approcci non molto professionali studentesse!
la gordinha con i pelazzi sulle gambe e i gambaletti color carne anti-stupro
il gigante buono, un po' meglio degli altri, peccato che non si capisca una minchia di quello che biascica nel suo terribile portugnolo
ultima ma non meno importante, la trans uscita direttamente da un film di Almodovar!


sabato 18 ottobre 2008

Seratona!!…

…di merda.
Venerdì sera, 10 ottobre. Cena con tutti quelli dell’associazione, nessuna voglia e molto stanco, ma bisogna essere presenti. Ritrovo in coordinamento. Macchine a sufficienza -Gianluca se vuoi puoi lasciare giù la tua- -Ok la parcheggio meglio- -Anzi no, siamo in sei è meglio se la prendi- -Va bene, basta che andiamo- Arriviamo al ristorante, una fila di macchine parcheggiate, sembra più pieno del solito. Parcheggio per ultimo, dietro ad altre macchine. Entriamo. Convenevoli. Si chiacchiera. Io poco brillante. Neanche mezz’ora dal nostro arrivo, e due dei nostri che erano usciti a fumarsi una sigaretta rientrano e corrono verso di me -Vieni Gianluca, sono andati addosso alla tua macchina!- Corro fuori, faccio appena in tempo ad arrivare sul marciapiede e vedo l’altra macchina allontanarsi velocemente, mentre tutta la gente in mezzo alla strada grida -Para, para!! (ferma, ferma!!)- Il bastardo è scappato. Attraverso la strada per raggiungere la mia macchina, mentre tutti quanti continuano a gridare -MN 42 64 L 36- sembra che siano riusciti a leggere il numero di targa, ma non ci capisco nulla. Mi ammutolisco, faccia di cemento, inespressivo, bocca semiaperta ma non esce nulla, blocco della connessione cervello-bocca, mentre dentro snocciolo tutto il rosario, una serie infinita di saracche delle Molucche!! Mi parlano ma non rispondo, mi limito a constatare i danni, front e back: il figghiebbottana mi ha tamponato e mi ha spostato la macchina di almeno un metro, così ha sbattuto pure contro quella davanti (e vai di filotto!). Raccolgo qualche pezzo qua e la, e rientro mesto nel locale. Serata rovinata. Minchia a’ machena, m’ hann ruinat’a’machena (inizio a parlare portoghese come Alex Drastico)!! A tavola soliti gruppetti, chi parla delle problematiche della cooperazione internazionale (lavoro, lavoro, lavoro), chi racconta tutti i più truci e splatter casi che ha visto in ospedale, incurante di quelli che già stanno vomitando, chi non parla proprio. E io che ascolto stupito e con le lacrime agli occhi l’arringa anti-clericale di un prete stanco di questa Chiesa che non prende una posizione decisa contro tutte le brutture che ascoltiamo tutti i giorni, Bush, Berlusconi e compagnia bella. E decido che è lui il mio nuovo guru. Finisce la cena, il logista dell’associazione si offre di accompagnarmi alla Policia de Transito (i Vigili, o Ghisa). Arriviamo alla sede, che scopro essere dentro il carcere! Superiamo il primo controllo armato. Il secondo controllo è più facile, è lungo disteso su una panchina e se la dorme alla grande. Attraversiamo il cortile, le finestre delle celle sono tutte buie Temo che da un momento all’altro inizino a lanciare carte di giornale infuocate attraverso le sbarre. Suggestione? Entriamo nell’ufficio. Ci accolgono non molto entusiasti: altre persone, altro lavoro, altre carte da compilare. A Beira il fine-settimana la Policia de Transito non ha tregua. Spieghiamo tutto. Arriva il momento che temevo. Mi chiedono i documenti e le generalità. Anche questa volta mezz’ora per fargli capire come mi chiamo, e come si chiamano i miei genitori. Quando finisce di compilare tutti i moduli, finalmente chiama il collega motociclista e, dopo un po’ di resistenza, lo convince ad andare a pattugliare le strade in cerca della macchina che abbiamo descritto. Il Poncharello di Beira si strofina gli occhi ancora carichi di sonno, si chiude il giubbotto di pelle, indossa il casco e parte con la sua Honda 250 a cui mancano tutta una serie di pezzi, evidentemente non essenziali. Torno a casa. E così finisce la serata, uno splendido venerdì sera. E meno male che non è venerdì 17!!
Epilogo: la Policia de Transito non ha trovato il colpevole. Il logista sì. Non so se gli ha spaccato le gambe come gli avevo chiesto di fare, comunque la macchina è già in officina ed è quasi pronta.

domenica 17 agosto 2008

Sabato 26 luglio 2008: 33 anni!!

Per il 100° post del Blog, ecco come ho festeggiato il mio compleanno...

...dunque…il 25 passiamo la giornata in un vero e proprio paradiso tropicale nell’arcipelago delle Quirimbas, nel nord del Mozambico: su una spiaggia bianca davanti ad un mare che non ci credi, passeggiata tra le capanne del villaggio di pescatori, cena con frutti di mare, a lume di lanterna a gasolio in riva al mare… …e fin qui tutto bene, anzi una meraviglia; varrebbe quasi la pena passare anche il sabato, giorno del mio compleanno, in questo posto paradisiaco, o no?...No! Stretti con i tempi della tabella di marcia, decidiamo di spostarci e proseguire il viaggio di rientro verso Beira. La giornata comincia con sveglia alle 4.15 (am!!) per essere pronti zaini in spalla e prendere lo chapa (mezzo di trasporto pubblico locale) delle 5 (il primo e anche l’unico del giorno). Operativi e puntuali (la prima volta in tutto il viaggio), ancora accecati dalle cispe negli occhi, aspettiamo sotto una leggera pioggerella che fa temere per il peggio, ma che, fortunatamente, cessa dopo pochi minuti. In perfetto ritardo di un’ora arriva il nostro mezzo di trasporto, un camioncino con cassone aperto su cui sono già sistemate una decina di persone sedute sui rispettivi sacchi e borsoni. Lanciamo gli zaini sul cassone e saliamo un po’ impacciati (io ho fallito il mio solito tentativo di Fosbury) sotto lo sguardo fisso e un po’ stranito degli altri passeggeri, che da subito cominciano a ridacchiare e commentare in lingua locale, di cui capiamo solo la parola muzungu (uomo bianco). Finalmente partiamo, ma ogni 10-20 minuti ci fermiamo per caricare altre persone; uno addirittura carica un motorino sul retro del cassone! Poi iniziano a salire le immancabili signore, più o meno giovani, avvolte dalle capulane multi-colore per ripararsi dal vento, piene di bambini, e pure di galline che fanno casino fino a quando vengono “calmate” dagli altri passeggeri (immagino con la intramontabile tecnica del “tiraggio del collo”). La mia posizione è scomodissima e dopo mezz’ora di viaggio già non sento più il piede sinistro! Ad ogni buca che prendiamo tutti ci solleviamo di mezzo metro, e ad ogni salto ne approfitto per tentare di incastrarmi meglio, mentre il cassone continua a riempirsi inesorabilmente. Ad ogni sosta vediamo una folla di gente che deve salire e ci chiediamo come sia possibile caricare tutti, ma ogni volta ci stupiamo di come l’addetto al palco VIP trovi una soluzione. Le donne continuano a fissarci, una bambina ci guarda e piange, immagino spaventata dall’uomo bianco (beh, come darle torto!); una vecchia ci fissa con una sigaretta piantata in bocca…al contrario!!...guardo meglio, sì ha proprio il filtro fuori dalla bocca e la parte accesa dentro, e il fumo che esce quando apre un po’ le labbra; una tecnica che da queste parti avrei poi rivisto più volte. Dopo più di due ore la prima tappa del viaggio è quasi alla fine; prima di arrivare alla fermata degli chapa, ci fermiamo per una sosta-bagno, e in molti ci sparpagliamo vicino al camioncino; anche le donne ne approfittano per andare in bagno, sedendosi a terra e “scampanando” le capulane. Arrivati finalmente a destinazione, saltiamo giù dal cassone e tiriamo giù lo zaino, ma mentre tento di aprire una tasca, la cerniera mi rimane in mano, facendomi sospettare che la giornata potrebbe avere altre sorprese in serbo per noi. La seconda tappa è fin troppo facile: saliamo su un autobus, posti a sedere, ordinato, quasi pulito, addetto ai biglietti che passa a ritirare i soldi con tanto di ricevuta; purtroppo finisce presto, dopo mezz’ora è già ora di scendere, siamo arrivati all’incrocio con la strada sterrata che dobbiamo prendere. Ormai ci sembra di essere a buon punto con il nostro viaggio e ci sediamo sotto un albero fiduciosi di arrivare presto a destinazione…e aspettiamo…aspettiamo…aspettiamo, e così passano due lunghe ore di attesa, fino a quando arriva un altro camioncino con cassone (ancora!). Saliamo tutti ordinatamente, e il gruppo appare più organizzato di quello della mattina, e cerchiamo di disporre al meglio le nostre cose; questa volta al posto del motorino ci sono due biciclette, e al posto delle galline c’è un’enorme capra che hanno legato per le zampe e sbattuto sul cassone, ovviamente di fianco a me! Il viaggio prosegue bene, a parte un pedale della bici che ogni tanto mi entra nel fianco destro, e la povera bestia che continua a lamentarsi gridandomi nelle orecchie. Giunti ad una salita con fondo sabbioso il camioncino si impianta; tutti gli uomini giù, a liberare i pneumatici dalla sabbia, scavare un solco davanti alle ruote, e poi spingere: prima di arrivare alla fine della salita ci blocchiamo almeno altre tre volte e ogni volta ripetiamo lo stesso rituale. A me tocca il posto del muzungu (uomo bianco e anche un po’ coglione), ovvero esattamente dietro la ruota posteriore sinistra; e mentre sono lì sotto il sole a picco di mezzogiorno, sudato fradicio, a spingere ‘sto maledetto carrozzone mentre le ruote mi sparano in faccia chili di sabbia, mi chiedo come cazzo ci è venuto in mente di lasciare la spiaggietta con le palme!! Ripigliati dalla fatica e asciugati dal vento, arriviamo senza ulteriori problemi a Bilibiza, dove termina la corsa del nostro “autobus” e siamo costretti a scendere per prendere la “coincidenza” per il porto di Quissanga (il piccolo porto dove, tra l’altro, abbiamo parcheggiato la macchina quasi in ebollizione giorni prima!). Altro albero, altra attesa, mentre davanti a noi scorre il tranquillo sabato di Bilibiza:
ore 12 mangiamo dei panini spiaccicati dentro gli zaini e apriamo una papaia;
ore 13 bambini giocano e corrono lungo la strada; a turno si fermano per osservare gli strani tipi con gli zaini seduti all’ombra dell’albero; le bambine sorridono e scappano, i maschi più temerari ballano davanti a noi, un ragazzino passa e ci mostra il culo, io penso ad una usanza del posto per dire “Ciao e benvenuti a Bilibiza”;
ore 14 il solito sbronzo (in anticipo sui festeggiamenti della notte) barcolla lungo la strada e comincia ad insultare e spintonare tutti; io dentro di me immagino già la scena in cui si accorge della nostra presenza e allora altro che mostrarci il culo! Ma un gruppo di suoi “amici” interviene e lo randella di manate e lo trascina in mutande per tutto il villaggio fino a casa;
ore 15 gli anziani del villaggio camminano con le braccia incrociate dietro la schiena (mancano solo i cantieri per commentare i lavori);
ore 16 donne cantano e battono il pilão a ritmo per pelare il riso;
ore 17 ragazzi e ragazze passeggiano sfoderando armi di seduzione e riti di corteggiamento (insomma la classica vasca del sabato pomeriggio in centro).
E così passa il nostro pomeriggio, in attesa, vana, di un mezzo per concludere lo spostamento previsto. E così, mentre il sole scappa a nascondersi dietro gli alberi, ci rendiamo conto che il nostro viaggio termina qui, uno dei posti più sfigati in cui puoi rimanere bloccato! Iniziamo a pensare a dove accamparci per la notte, anche se Bilibiza non è famosa per i suoi mega-hotel, e la guida del Mozambico ci conferma, testuali parole, che “a Bilibiza non c’è una minchia!”. Una possibilità sarebbe dormire dentro al Centro di Salute, o fingendoci malati (beh, io un po’ di fegato marcio ce l’ho), o chiedendo ospitalità in qualità di muganga in trasferta da Beira, ma purtroppo l’infermiere responsabile sta giocando a pallone, ci dicono. Così, di nuovo, ci sediamo ad aspettarlo (ormai ho sviluppato una calma zen, o forse sarà la saggezza dei 33 anni). Ma ad un certo punto la svolta imprevista: passa una macchina (la prima in tutto il pomeriggio) guidata da un indiano a cui chiediamo informazioni sul trasporto e sulle possibilità di alloggio. Purtroppo non ci sono buone notizie: trasporti non ne passano fino al giorno dopo, e alloggi neanche a parlarne. Lui impietosito dalle lacrime che ormai rigano le mie più-vecchie-di-ieri guance, ci offre una tenda nell’accampamento della sua ditta (ditta che si occupa di scavare pozzi per il rifornimento di acqua nella zona) e si offre di accompagnarci alla macchina il giorno dopo, e io, commosso e incredulo, mi trattengo a stento dal baciarlo; e così ci accompagna col gippone fino al campo, ci sistemiamo nella tenda, ci rinfreschiamo nella latrina, chiacchieriamo amabilmente con il nostro salvatore, e ci prepariamo a gustare la cena per il mio compleanno, un panino a testa con tonno e pomodoro, avanzo della giornata di viaggio. Così termina un magnifico trentesimo compleanno, cominciato male, proseguito peggio, finito in modo inaspettato a Bilibiza, posto in-culo-ai-lupi, dove fortunatamente la sorte, o chi per essa, ci è venuta in aiuto e ha evitato che la giornata finisse come già immaginavo e temevo:
Finale 1: morti di fame e stenti a Bilibiza, versione un po’ sfigata di “Into the wild”;
Finale 2: l’ubriacone molesto si ripiglia dalla sbronza, mi vede e mi scambia per uno di quelli che l’ha trascinato per le palle per la strada, e mi riserva lo stesso trattamento;
Finale 3: gli anziani del villaggio ci credono portoghesi tornati per far rinascere l’epoca coloniale a Bilibiza, e decidono di eliminarci mediante impalamento sulla pubblica piazza con il pilão delle signore, mentre i bambini fanno festa tutti intorno, e il ragazzino stronzo ci rimostra il culo!

giovedì 14 febbraio 2008

Coppa d'Africa 2008 La finale!


Coppa d'Africa
Ha vinto la squadra più forte
L'Egitto ha conquistato con pieno merito la 26a edizione della Coppa d'Africa, bissando il successo di due anni fa e confermando sul campo di essere la squadra più forte nel continente africano La storia in Africa ama spesso guardarsi allo specchio. Lo sa bene l'Egitto, re della 26a Can esattamente come 2 anni prima. Stesso percorso netto (5 vittorie e 1 pareggio), stesso epilogo (in finale contro un'avversaria già sfidata e battuta nel girone). E stesso giustiziere: Mohammed Abou Terika, il faraone dell'Al Ahly, decisivo col Camerun, così come lo era stato al Cairo, segnando il rigore finale alla Costa d'Avorio. Allora, per tutti, aveva vinto solo il paese organizzatore. Che stavolta, invece, ha dimostrato all'Africa intera di essere semplicemente il più forte di tutti. Più squadra, con quel calcio di stampo europeo, un mix di tecnica e velocità sprigionate in letali contropiedi. Con un portiere vero (El Hadary) il che, nel calcio del continente nero, non è affatto un dettaglio. E stelle nascenti come Hosni (miglior giocatore della Can), 23enne centrocampista tornato a giocare in patria dopo una sfortunata esperienza in Francia allo Strasburgo. Presto farà di nuovo ritorno nel vecchio continente, dove già brilla la stella dell'istrionico Mohamed Zidan, attaccante dell'Amburgo e vicecapocannoniere della Coppa alle spalle di Eto'o. Già, Eto'o. Anche in Ghana è rimasto all'asciutto dai quarti in poi, dopo un girone devastante con 5 gol in 3 gare. Ma il suo Camerun, stavolta, ha fatto davvero il massimo. Non erano favoriti, i Leoni indomabili. Sono arrivati comunque fino in fondo. Merito del cuore dei veterani (Rigobert Song e Geremi) ma anche dell'orgoglio delle nuove leve (Alexadre Song e Kameni). Ancora una volta la storia ha imposto una squadra dimenticata dai pronostici. Non è stata infatti la Can della strafavorita Costa d'Avorio di Drogba, escluso persino dall'11 ideale, dopo la controversa assegnazione del pallone d'Oro al maliano Kanoutè. E non è stata nemmeno la Can del Ghana, delusione come tutto il calcio dell'Africa occidentale. Presentatosi con 5 potenziali vincitrici e rimasto con le briciole in mano, il terzo posto di Essien e compagni. E' stata invece la Can del Ghana a livello organizzativo. Stadi pieni, arbitri impeccabili, nessun incidente, una festa lunga 20 giorni, culminata con la suggestiva cerimonia finale. Segno che l'Africa è cresciuta, è finalmente matura. E' pronta a vivere da protagonista il 2010. Il suo anno: con la Can in Angola e il mondiale in Sud Africa.
La Redazione di Eurosport

al di la del commento tecnico sulla partita (Egitto più forte o no, io tifavo per il Camerun, che qui chiamano Camarões: gamberetti!), quella della finale è stata una serata “interessante”. Io e il mio vicino di casa tedesco siamo andati ad assistere al match in un locale con maxischermo, il famoso, o meglio, famigerato MiraMar, ristorante/bar sul lungomare di Beira, frequentato abitualmente da mozambicani dal bicchiere facile, prostitute e pallidi espatriati in cerca di una Cooperazione Internazionale “alternativa” (fino ad ora per sentito dire senza prove concrete = illazione, lo ammetto). Arrivo davanti con la macchina, curvo per parcheggiare, e con i fari illumino una coppia che, immagino, sta cercando qualcosa sotto il sedile, e dalla energia che ci mettono penso che deve proprio essere una cosa importante!! Ok, il posto è questo, l’atmosfera è quella giusta. Attraversiamo la terrazza e mille occhi ci osservano; siamo bianchi, molto bianchi, vestiti da muzungu in vacanza, e abbiamo le tasche gonfie di Meticais (moneta locale nda); cosa vorranno da me queste signorine? Sarà il mio fascino di maschio italiano? Beh, vorrei crederlo, anche se per un attimo un brivido di orgoglio macho mi sale lungo la schiena raddrizzando a fatica la mia postura da avvoltoio ipercifotico. La sala col maxischermo è già quasi piena, e fatichiamo per trovare due sedie in fondo alla sala; puntualmente, come nelle migliori tradizioni cinematografiche, davanti a noi si piazzano due enormi donnone, interessate più ai nostri vicini che alla partita, che ci impallano lo schermo, così il mio amico riesce a vedere solo la linea di centrocampo, mentre io posso solo vedere il punteggio (0 : 0) e il tempo (1T : 5° min). E anche la telecronaca non aiuta, essendo l’audio sostituito da musica del tipo: ballata degli Scorpions molto anni ’80 stracciamutande, schitarrata di quel tamarro di Bon Jovi, batteria elettronica con un Michael Jackson prima di diventare bianco, con riccioloni laccati e chiodo. Sicuramente l’ambiente offre più spunti interessanti della partita: tre tiri nello specchio della porta in 90 minuti, e un goal scaturito da una minchiata colossale del difensore gamberetto, che, suppongo, sia stato a lungo “festeggiato” dai compagni negli spogliatoi! Durante l’intervallo tra il primo e secondo tempo mi viene la genialata: chiedo alla cameriera un pollo con patatine, che, immagino, fosse ancora vivo al momento della mia ordinazione, visto che arriva nel mio piatto esattamente 75 minuti dopo (capisco i fanatici di Slow Food, ma mi sembra esagerato!!). Durante il secondo tempo il nostro tasso alcolico, che non è minimamente paragonabile a quello degli altri avventori, ci aiuta ad essere un po’ più sciolti, e iniziamo a commentare la partita con gli altri della Torcida. Inizio con il chiarire che a me piacciono i Camarões, e l’omaccione inizia a stringermi la mano, grandi pacche sulla spalla (ora lussata) ed inizia a chiedermi quali altri piatti mozambicani mi piacciono, e se mi piace anche l’aragosta (misunderstanding I suppose!). Superato il fraintendimento culinario passiamo ad altro più adeguato: football! Ad un tratto mi viene in mente che in Italia siamo tutti allenatori e allora, spinto dal più becero orgoglio nazionalista, inizio a parlare degli ultimi mondiali e ad improvvisarmi CT parlando di moduli, attacco, difesa, catenaccio (catenação?!) con parole prese in prestito dagli amici più esperti in materia. Questa volta ne parlo con lo smilzo (uno degli altri ubriachi), che sembra apprezzare; quando capisce che sono italiano e non portoghese (?!?) comincia ad elogiare il grande cinema italiano di cui era un accanito sostenitore prima dell’arrivo nelle sale di Beira del Kong fu-trash-orientale. E inizia a parlarmi di quanto abbia amato tutti i film di… -Quei due famosi attori italiani…-, -Totò e Peppino?- dico io -No- dice lui - Franco Franchi e Ciccio Ingrassia- -Ah però!- per arrivare agli Spaghetti Western con Giuliano Gemma nei panni di Ringo (insomma all’amico piacciono i classiconi!). La partita scorre monotona, senza particolari colpi di scena, mentre i nostri amici inveiscono contro la povera cameriera che, secondo loro, è troppo lenta a portargli le birre e il pollo che hanno ordinato; mi unisco timidamente al coro di proteste ma niente da fare: i loro spennuti arrivano, il mio ancora no! Ormai in pochi stanno guardando la partita, e solo alcuni timidi applausi accolgono il goal dell’Egitto. I vani tentativi di recupero del Camerun chiudono la partita. Tristemente ci congediamo dai nostri nuovi amici, e andiamo fuori a prendere una boccata d’aria e a tentare di catturare un pollo nel cortile per accelerare i tempi della mia cena. Mentre siamo seduti nella veranda, l’atmosfera cambia rapidamente, le luci si abbassano e partono spots multicolore. Mi allontano per pochi minuti per andare in bagno, e quando torno al mio posto trovo una “signorina” che tenta l’abbordaggio del mio amico che cerca, con un portoghese ancora incerto, di farle capire di non essere interessato, anche se molto onorato della proposta! Decidiamo che per stasera siamo già soddisfatti delle nostre nuove conoscenze e ce ne torniamo a casa; sulla strada del ritorno riviviamo i momenti salienti della serata, ed eleggiamo il MiraMar “Migliore locale di Beira” , appuntamento fisso nelle serate di questo caldo verão em Mozambique.
PS: Il pollo faceva veramente cagare!!

venerdì 11 gennaio 2008

Il Re delle Turche

Il 27 dicembre 2007 a Beira si è tenuta l’inaugurazione dei nuovi bagni pubblici (balnearios) costruiti dal Comune, in collaborazione con la mia associazione, in cinque “quartieri” della città (bairros), all’interno di un progetto di prevenzione delle epidemie di colera. E quindi, essendo tra quelli rimasti a Beira in quei giorni, mi è, anzi ci è toccato essere presenti per rappresentare la ONG. Un po’ la poca voglia di passare tutta la giornata a inaugurare dei cessi, un po’ l’attacco di squaraus con cui mi sono svegliato… insomma, si prospettava proprio una giornata di merda!! Ma devo ammettere che è stata un’esperienza interessante. Il tutto doveva iniziare molto presto, alle 7.30 ora mozambicana, che significa che non arriva nessuno prima delle 8.30; e infatti eravamo tra i primi, sotto ad un sole impietoso già dal mattino ad aspettare le autorità. Il programma prevedeva che ci si spostasse in cinque differenti bairros per inaugurare cinque diversi balnearios. Finalmente quando è arrivato il sindaco all’appuntamento, la carovana di jeep si è mossa per raggiungere la prima tappa, sfrecciando nei vicoli di sabbia tra le case e le capanne, evitando fossi, alberi caduti, stormi di galline razzolanti, facendosi largo tra le bici, saltando negli enormi buchi lasciati dall’ultima pioggia, tra lo sguardo un po’ sorpreso degli abitanti del bairro, invasi da questo branco di gipponi tirati a lucido per l’occasione. Appena arrivati, ci ha accolto un gruppo di donne che danzavano e cantavano, fasciate nelle loro capulane, dirette dalla coreografa, un donnone enorme con uno sguardo incazzoso e un fischietto con cui dettava il ritmo dell’instancabile torcida. Poi è iniziata l’inaugurazione, con tutti i suoi classici e immancabili rituali: il taglio del nastro, l’esposizione della targa (un po’ di pubblicità e autocelebrazione del comune e delle varie associazioni) e pure la bottiglia di spumante!..come quando varano le navi: dentro di me mi chiedevo dove avrebbero spaccato la bottiglia, sulla turca? Ma prima della bottiglia, una volta scoperta la targa, tutte quante le autorità, e pure noi, siamo entrati nei bagni per vedere l’opera terminata e per verificarne lo stato, una simpatica comitiva che entrava e usciva dai cessi con sguardi ammirati, commentando e provando continuamente a tirare lo sciacquone: a stento sono riuscito a rimanere serio; mi aspettavo che da un momento all’altro mi chiedessero di provare una turca, e a dire la verità un pensiero l’ho pure fatto! Poi dopo il giro di perlustrazione, la coordinatrice della giornata ha interrotto le danze e i canti per dare spazio ai discorsi di rito. Ma prima di dare la parola al sindaco, ha ringraziato la nostra associazione, e poi, senza preavviso, mi guarda e mi cede la parola in veste di rappresentante –Io??- mi guardo intorno, le altre due dell’associazione fanno un passo indietro, rimango in prima fila, silenzio, tutti che mi guardano -cazzo! e adesso?- Allora inizio a balbettare qualcosa in un portoghese stentato, ripetendo parole in un loop imbarazzante –obrigado…bem vindos…obrigado…mmhh…obrigado- insomma gran figura di merda! Finalmente prende la parola il sindaco che spara il suo discorso e bla bla bla. Dopo il discorso arriva il vassoio con spumante e bicchieri, il sindaco stappa la bottiglia, grandi applausi, alziamo i calici, e giù alla goccia un bel bicchierozzo di spumante caldo alle nove del mattino! Con tutti i presenti assetati che ci guardano scolarci la bottiglia. E poi via veloci verso nuovi cessi da scoprire!! Il rituale si ripete più o meno uguale, comitato di benvenuto, taglio, placca, giro nel cesso, sciacquoni, commenti. E dopo alcuni convenevoli, eccola la stronza che mi ricede la parola -ma stavolta ti frego- in macchina mi ero preparato un bel discorso carico di frasi di circostanza, con tanto di traduttore simultaneo in lingua locale, e tutto va liscio, applausi che fioccano –meno male!-, ma quando arriva la bottiglia il sindaco mi sorride e me la porge invitandomi a stapparla; vuoi l’imbarazzo, vuoi l’emozione…mi faccio prendere la mano e agito un po’ troppo la boccia…cazzo neanche fossi Valentino Rossi sul podio dopo il MotoGP: fiotti di spumante incontrollabili, dritti sui miei pantaloni e sulle scarpe del sindaco! E vai con la collezione di figure di merda, proprio la giornata giusta! Mi scuso imbarazzato ma nessun problema, il clima è sereno, il sindaco è in buona, carico di sorrisi pre-elettorali. E così ci sgolliamo un altro flut di spumante caldo a stomaco vuoto -se va avanti così mica ci arrivo all’ultimo cesso!- penso. E la stessa procedura si ripete altre tre volte, il sindaco sempre più sintetico e fiacco nei discorsi, io sempre più disinvolto e ubriaco, gli organizzatori sempre più frettolosi di chiudere la mattinata. E così, sotto un sole sempre più caldo, arriviamo all’ultimo balneario, dove il rappresentante del bairro dona al sindaco una capra e una gallina –e a me niente?- e il sindaco accetta, ringrazia, e se ne va verso la macchina con la gallina in mano e la capra al guinzaglio (povera, non sa cosa l’aspetta!). E finalmente ritorniamo verso casa, ce l’abbiamo fatta, da domani tutti avranno un posto nuovo e confortevole per cagare!
Che esperienza, da Geriatra a Milano a Inauguratore di cessi a Beira, carriera lampo!!

domenica 4 novembre 2007

28.10.07 Tragicommedia

TRAGICOMMEDIA
Una sera come tante qui a Beira, una domenica calda e umida, i vestiti impregnati di sudore, la voglia di bere una birra, uscire dalle case sprangate, magari mangiare una pizza nel nuovo ristorante italo-mozambicano: gli italiani sono così, non si fanno mai scappare l’occasione di provare la pizza, in ogni parte del Mondo, e poi commentare la mancanza di sale, la cottura sbagliata…e poi la mozzarella che schifo! Ma questa volta il problema non è la pizza; ce ne accorgiamo subito, durante le ordinazioni, quando il cameriere ascolta impassibile la comanda, palpebra a mezz’asta, senza una minima contrattura della muscolatura facciale; quando dico Margherita ripete Margarina; avrà capito che pizza voglio? Quante birre porterà? Interrogativi che presto avranno risposta. E la risposta arriva. Vegetariana: per me??? Che mangio salamelle crude a colazione? No mi dispiace, io voglio la mia Margherita; non l’avessi mai fatto! Il cameriere torna sconsolato verso la cucina, movimento al tavolo vicino al nostro, occupato dal proprietario del ristorante, che si scalda e impreca contro gli altri camerieri. In tre, uno dopo l’altro, vengono a chiedermi scusa e a giurarmi che la mia pizza arriverà a breve; dopo qualche minuto si avvicina al nostro tavolo l’italo-mozambicano, più italo che mozambicano, di Bergamo per l’esattezza -mi dispiace per l’accaduto-, e poi convenevoli vari, -sapete, abbiamo appena aperto-, ma con gli occhi e i gesti dice -sapete, ‘sti negri non capiscono un cazzo!-, e mi chiede se nella pizza ci voglio anche la testa del cameriere, -no, va bene una Margherita-, -arriva subito-, -sì me l’hanno detto-. Terminata la tanto attesa pizza (veramente buona) e bevuto un caffè espresso (il primo da quando sono arrivato!) offerto dalla casa, torniamo in macchina verso la casa di M. Durante il percorso ironizziamo sulla guardia che, sicuramente, come già altre volte, a quest’ora dormirà di brutto, o magari per tenersi sveglio ha chiamato la sua cricca d’amici per farsi un festino! Ma appena arriviamo davanti alla casa, lo vediamo correre dentro al cancello; pensiamo -non voleva farsi beccare fuori da casa, sarà entrato per chiudere le porte e adesso uscirà come sempre-; e invece non esce; e ha lasciato il cancello di metallo aperto. M. decide di entrare per vedere dove diavolo si è cacciato, e io decido di seguirla, per sicurezza. Nel posto dove di solito il guardiano lavora (o, più frequentemente, dorme) non c’è nessuno, cancello aperto anche sul retro. Andiamo sul retro della casa: nessuno. Sembra tutto in ordine. Mentre stiamo per andarcene, M. nota che sulle scale che portano all’ingresso secondario c’è una specie di zappa di ferro, sale qualche gradino, e: -cazzo il lucchetto è aperto!-. Allora salgo le scale, e quando sono davanti alla porta, riesco a vedere dentro casa –strano-, penso, e non realizzo immediatamente che riesco a vedere dentro perché manca un pezzo di porta!! Quindi: zappa di ferro, lucchetto aperto, porta rotta…beh, non ci vuole il Tenente Colombo per capire cosa è successo! Senza aspettare i ragionamenti del Tenente, corriamo alla macchina e raggiungiamo gli altri -ci sono i ladri in casa!-. Raggiungiamo in fretta il più vicino commissariato di Polizia: la mitica Seconda Squadra. Ci accoglie l’Ufficiale in servizio, che ci fa accomodare e ascolta la mia descrizione dei fatti, e dopo qualche istante -quindi lei pensa che ci siano ancora i ladri in casa?-, -beh, non lo so, ma noi non siamo entrati per controllare, forse è meglio che entri prima la polizia-; allora si gira verso la burba in servizio -che facciamo, vai tu a controllare?-, -Io?? Da solo?-, -ok-, penso io, -siamo nel posto giusto!-. Allora l’Ufficiale inizia a chiederci l’esatto indirizzo dell’abitazione -sì, ma prima o dopo l’albero?-, -venendo dal centro?-, -dopo il Bar?-; e alla fine dice -mi dispiace, quella zona non è di nostra competenza, dovete andare dalla Prima Squadra- la burba tira un sospiro di sollievo. E continua -adesso chiamo e avviso del vostro arrivo-, e si attacca al telefono per descrivere minuziosamente i fatti, commentando che non abbiamo avuto il coraggio di entrare a controllare; -ma senti ‘sto pirla, IO non ho avuto il coraggio?- Finalmente arriva una pattuglia per scortarci, e tutta la comitiva parte in direzione: luogo del misfatto. Arriviamo sul luogo mezz’ora esatta da quando abbiamo scoperto la presenza dei ladri: quello che si dice un Pronto Intervento! Il cancello è ancora aperto, senza lucchetto; dall’esterno non sembra esserci più traccia dei ladri e della guardia; mostriamo a Starsky e Hutch il retro della casa; con logica e deduzione arrivano alle conclusioni che già avevamo dettagliatamente descritto; apriamo la porta sul retro, nessun rumore, l’unico topo d’appartamento è una vera pantegana di 10 cm che appena ci vede si nasconde sotto un mobile in cucina. Siamo dentro la casa, i poliziotti si guardano, prendono tempo, non hanno molta voglia di entrare in azione. Starsky, chiamato anche Il camaleonte per quel particolare sguardo con gli occhi indipendenti, osservando il buco nella porta sentenzia -onde passa cabeça, passa homen!-, insegnamento della prima lezione alla Scuola di Polizia, immagino. Alla fine Il camaleonte si decide, e con un ampio gesto della mano pieno di sincera galanteria invita M. ad andare avanti nelle altre stanze -prima la padrona di casa-, -che galante cacasotto- penso io; e incoraggiamo il poliziotto a procedere con la perlustrazione. Giriamo tutta la casa, cassetti aperti, disordine, segni evidenti di rovistamento generale, ma fortunatamente le cose più preziose ci sono ancora: i ladri non hanno avuto il tempo di portare a termine l’opera. Saliamo nelle camere da letto; nessuno; tutto in disordine, ma non sembra mancare nulla. Starsky controlla con un occhio sotto al letto e con l’altro dietro la porta: nulla. Solo quando M. guarda nell’armadio si accorge che mancano quasi tutti i suoi vestiti! E una valigia tipo Trolley. Mi giro verso Hutch –allora i ladri devono essere donne- sorrido, lui no: mi dimentico sempre che qui il mio umorismo non funziona! Ma a questo punto la caccia è aperta e più facile del previsto: basta girare per Beira cercando dei mozambicani che scappano vestiti da donna tirandosi dietro un Trolley! I poliziotti sono soddisfatti del sopralluogo, possiamo tornare alla base. Ci fanno accomodare nella Stazione di Polizia: stanza spoglia, minimalista, ventilatore rotto appeso al muro, panca di legno; tre davanti seduti e tre dietro in piedi, una via di mezzo tra “foto della squadra di calcio” e locandina dei “Soliti sospetti”. Caldo, umidità ecc. Con una lentezza disarmante il Poliziotto impila, allinea, re-impila, re-allinea fogli bianchi e fogli di carta carbone; poi apre un cassetto, tira fuori la pinzatrice, pinza i fogli, riapre il cassetto, rimette a posto la pinzatrice, apre l’altro cassetto, prende una biro blu, poi una rossa, poi è indeciso su quale usare, ma è un tipo sveglio, non lo si frega facilmente, decide quindi di lasciarle fuori tutte e due! Dieci minuti per sistemare tutto l’occorrente per una buona raccolta di deposizione, e meno male che non doveva battere a macchina! E con la stessa rapidità intellettiva inizia la raccolta dei dati anagrafici, passaporto alla mano. Altri dieci minuti per capire e scrivere nome, cognome e data di nascita! Fortunatamente uno di noi strappa di mano il documento al bradipo in divisa e inizia a dettare. Stiamo perdendo tempo; sappiamo dove abita la guardia, e visto il modo in cui è scappato al nostro arrivo per poi scomparire nel nulla, non è difficile capire il suo ruolo nell’accaduto. Se solo potessimo andare a casa sua con la pattuglia, magari riusciremmo a recuperare il bottino. Ma qui la cosa si fa lunga, e Speedy Gonzales ci dice che ormai è tardi per uscire con la Squadra, dobbiamo aspettare che venga giorno (forse hanno paura del buio, o forse è per via delle zanzare malariche!?). E continua la raccolta della deposizione. Ora manca solo l’elenco di tutte le cose rubate e la stima del loro valore. M. comincia ad elencare i vestiti scomparsi e a fare una stima; il poliziotto da subito non capisce che stiamo parlando di Euro, e non accenna a reazioni. Quando si rende conto del fraintendimento coniario, ci chiede il corrispettivo in moneta locale; calcolatrice alla mano gli comunichiamo il totale: il viso, prima amimico e indifferente, si contrae in una smorfia, gocce di sudore imperlano la fronte, gli occhi spenti e inespressivi sono ora spalancati; superato l’attimo di assenza e sfiorato il suo primo ictus, il poliziotto si ricompone, riacquista il suo atteggiamento flemmatico e conclude –di solito le pattuglie non escono in piena notte, ma considerando la gravità ($!) del caso!- e chiama subito il capo-pattuglia per organizzare la spedizione. Finalmente la nostra parte è finita; dopo una serata carica di emozioni possiamo tornare alle nostre case e dormire tranquilli: adesso sappiamo che il Camaleonte e Speedy vegliano sul nostro sonno.
EPILOGO
Ovviamente il guardiano e i suoi complici NON sono stati assicurati alla Giustizia. Ma adesso in giro per Beira vediamo un sacco di donne con abiti firmati italiani: il Made in Italy nel Mondo!!
POSTFAZIONE

I fatti descritti sono realmente accaduti. Ogni riferimento a luoghi e persone è assolutamente NON casuale. Per mia madre: non ti preoccupare, stiamo bene, la nostra casa è sicura.

sabato 29 settembre 2007

26.09.07 Giorno di paga!

Dopo neanche una settimana di frequentazione dell’Università senza combinare una minchia è giusto ricevere il compenso dovuto! Qui già mi pagano e neanche ho iniziato a lavorare…contenti loro. Funziona così: ogni 26 del mese l’Università ti da una assegno con cui vai in Banca. E va bene…ma in Banca (in qualsiasi filiale) c’è un’attesa di ore e ore con una fila che fa due giri del salone ed è già difficile capire dove finisce e dove devi andare. La lentezza e la flemma delle addette alla Cassa è disarmante, soprattutto hai un appuntamento a breve o se sei un Milanese appena arrivato e che ancora fatica a scrollarsi di dosso i ritmi concitati del quotidiano metropolitano. E invece loro niente, non dicono nulla, nessuno si lamenta o litiga, nessuno tenta di saltare la coda. Però attenzione! Mai appoggiarsi al muro o accasciarsi un po’ al suolo dopo 1 ora in piedi; subito arriva la guardia in divisa che ti intima, con sguardo minaccioso, di rialzarti. E’ successo ad un vecchietto poco davanti a me: si vede che guastava l’immagine di prestigio della filiale. Poi arrivi alla Cassa pieno di fiducia e ti senti già i soldi in tasca….ma non hai fatto i conti con l’impiegata diffidente che non crede che il Passaporto sia tuo, per via di una foto un po’ vecchia “No ma guardi che sono io!” “Non è vero, questo qui è grasso” “Sono io nel 2000, un po’ più in carne (grassa sarai tu cinghialona del cazzo!), e poi senza barba e occhiali”, e allora ti togli gli occhiali e sorridi come un pirla per prenderla con la simpatia: non attacca “Mettitela nel culo la tua simpatia (penso io)”. Dieci minuti buoni di contrattazione, ma alla fine l’ho spuntata! Poi mentre ti porge i soldi “Comunque stavi meglio prima” “Ma vaffanculo!”.